VOTAMI

classifiche

avviso

Questo sito utilizza i cookie per migliorare servizi ed esperienza del lettore. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso . Per le informazioni sulla Privacy leggere la Google Policies Privacy

Se continui nella navigazione accetti il loro uso. OK | Per +INFO

1 lug 2016

La lingua slovena nelle Valli del Natisone


immagine dal web

La presenza della lingua slovena nelle Valli del Natisone è stata, come nelle altre aree confinarie della nostra regione, condizionata in primo luogo dal contatto con le parlate romanze e dal fatto che quest’ultime subentrarono in modo per così dire naturale al latino nell’uso ufficiale. Come nelle altre regioni slovene, i primi documenti scritti vanno riferiti all’uso ecclesiastico, prevalentemente liturgico della lingua. Considerando i manoscritti più antichi, dovremmo citare per primo l’evangeliario custodito presso il museo di Cividale che riporta diverse iscrizioni di nomi slavi, ma la ricostruzione storica degli spostamenti del codice fa risalire queste iscrizioni apposte nel IX e X secolo in altri luoghi, forse nell’antico monastero di San Giovanni presso Duino. Un secondo documento (Quadernetto memorie Cattarina Seraduraro o pur di Fabro), conosciuto nella storia della lingua slovena come manoscritto di Udine, riporta, in un contesto di scritti friulani, un elenco di numerali sloveni, redatto nel 1458 da Nicholo Pentor di Cormons (Kacin, 1930). Il termine ‘dvadeset’ fa pensare all’influenza dell’area dialettale del Torre (Merkù, 1978: 89), mentre lo stesso contenuto indica l’esistenza di scambi commerciali tra l’area friulana e quella slovena. Nel museo di Cividale si conserva il catapan di Cergneu dove sono annotati, a partire dal 1497, gli atti di donazione alla Confraternita di Santa Maria a Cergneu (Merkù, 1978: 89- 92): un documento di carattere amministrativo – il primo finora conosciuto in lingua slovena – scritto in una forma linguistica molto vicina alla parlata locale di quell’area, non lontana dalle nostre Valli. Relativamente recente (1974), ma molto importante è stata la scoperta, da parte di mons. Angelo Cracina, del manoscritto di Castelmonte nell’Archivio capitolare di Cividale (Cracina, 1974). Questo manoscritto, che comprende il Pater, l’Ave, il Credo ed altre annotazioni con materiale onomastico e toponomastico, documenta chiaramente l’uso della lingua slovena nelle funzioni liturgiche sul nostro territorio (il nome del manoscritto indica infatti il luogo dove è stato compilato) e rappresenta inoltre un tassello importante nella storia dei non tanto numerosi documenti sloveni scritti in epoche antecedenti la riforma protestante, la quale segna l’inizio delle pubblicazioni a stampa. Il fatto che il manoscritto di Castelmonte, redatto tra il 1492 e il 1498, si ricolleghi, nel contenuto e nella forma linguistica, al più antico manoscritto di Rateče (della seconda metà del Trecento), sta infatti a dimostrare l’esistenza di una forma linguistica prestandard di uso comune nelle diverse regioni slovene, a prescindere dalle varietà dialettali parlate (Logar, Pogorelec, Koruza, 1973-74). Non si hanno notizie sulla diffusione, nel Cinquecento, dei libri sloveni prodotti dai riformatori protestanti. Risale a quell’epoca e precisamente al 1584, ad opera di Jurij Dalmatin, la traduzione integrale della Bibbia il cui uso si protrasse nonostante l’accanimento della Controriforma che portò sul rogo montagne di libri; ma negli archivi delle nostre Valli sono stati trovati solamente testi sacri di pubblicazione più recente, a partire dalla seconda metà del ’700. Sempre del ’700, si conservano pure alcuni catechismi manoscritti: quello di Michele Podrecca del 1743, un altro dello stesso Podrecca o di Leonardo Trusnig (1780 circa), che nella forma linguistica si discostano poco o niente dalla lingua dotta centrale (Merkù, 1978: 93-96). Si può quindi pensare che a quel tempo i testi sloveni stampati, pur presenti, non fossero sufficienti e si provvedeva quindi a trascriverli, adattandoli eventualmente all’uso locale. È del 1891 invece un catechismo dialettale, scritto da don Andrea Floreancig di Covacevizza, che rappresenta un’eccezione alla regola (Merkù, 1978: 96). Negli archivi parrocchiali locali si conservano pure dei prontuari per la predicazione, dal Palmarium empyreum di padre Rogerius Labacensis (1731, 1743) fino a vari testi del XIX secolo. Ed è proprio la predica il primo genere letterario (tralasciando naturalmente i testi della tradizione popolare) che compare in queste terre dove i preti costituivano il ceto più istruito della popolazione. Un fenomeno certamente comune ad altre aree di assetto socioeconomico simile alla nostra; anche nella Slovenia centrale l’attività letteraria riprende, dopo la stasi seguita al periodo protestante, proprio con questo filone per ampliarsi solo successivamente, nel periodo dell’Illuminismo, ad altri generi. Nei testi delle prediche slovene pubblicate nella prima metà del ’700 prevalgono in genere caratteristiche barocche per quanto riguarda lo stile, mentre la forma linguistica, pur basata su quella elaborata e codificata dagli scrittori protestanti, denota alcune diversità legate all’estrazione regionale dei singoli autori. Non possiamo quindi meravigliarci se anche le prediche scritte per essere esposte nelle nostre chiese presentano caratteristiche dialettali più marcate. Sebbene i testi più antichi giunti a noi risalgano ai primi decenni dell’Ottocento, lo stile è ancora prevalentemente barocco. Ciò vale anche per l’autore che andiamo trattando per primo, il sacerdote Pietro Podrecca (San Pietro al Natisone 1822 – Rodda 1889). Ordinato nel tumultuoso 1848, prestò servizio a Tercimonte, San Pietro ed infine a Rodda dove viene ricordato anche per il suo impegno nel promuovere la frutticoltura. Indicato come autore della poesia Predraga Italija, vero e proprio manifesto antiaustriaco inneggiante al Risorgimento italiano, si fece in seguito conoscere pubblicando diverse poesie nei periodici sloveni di allora (Domovina, Ljubljanski Zvon, Soča, Zora), tanto da essere considerato in primo luogo come poeta. Molte delle sue poesie sono state composte per occasioni particolari (messe novelle o altro). La più nota è certamente Slovenija in njena hčerka na Beneškem, riportata da Carlo Podrecca nella sua Slavia Italiana e da Simon Rutar in Beneška Slovenija. Alcune sono state anche musicate (Slavjanka na Beneškem, Kobariškim pevkam) e ciò ha favorito certamente la loro diffusione (Petričič, 1999). Solo con successive ricerche vennero scoperte, nell’archivio parrocchiale di Antro, le prediche di Pietro Podrecca, veri e propri gioielli di retorica, con un linguaggio ricco e ricercato di chiara impronta dialettale, ma in un certo senso elevato a forma letteraria propria della lingua scritta. Se i suoi versi, dove nella lingua standard affiora di tanto in tanto un termine dialettale, denotano una certa difficoltà nell’espressione e forzature nel seguire gli schemi metrici prescelti, la sua prosa, libera da vincoli formali, sfrutta appieno le possibilità espressive del dialetto oltre a quelle della lingua dotta di cui si era appropriato principalmente leggendo le numerose pubblicazioni centrali alle quali era abbonato. Un primo gruppo di quattro prediche è stato analizzato e pubblicato da Pavle Merkù nel 1972 (Merkù, 1972), altri testi sono stati scoperti recentemente da Giorgio Banchig (Banchig, 1998). Le prediche del Podrecca si fondano su una struttura compositiva severa, classica, generalmente con due parti simmetriche (Pogorelec, 1978: 122); il lessico è ricco e particolarmente curato, tratto con maestria sia dalla tradizione letteraria slovena sia dal repertorio locale; le figure retoriche rispecchiano in parte la tradizione barocca e attingono a piene mani anche dall’espressione e dalla fraseologia popolare. Ne conseguono dei testi emotivamente avvincenti e concettualmente persuasivi, dove l’impronta personale dell’autore è chiaramente percettibile. Certamente Podrecca non era l’unico sacerdote a scrivere le sue omelie. Pavle Merkù riferisce che si conservano diverse centinaia di testi da inventariare ed analizzare, e molti di questi testi sono anonimi e databili solo approssimativamente.

La predica più antica datata è del 1824, altre, non datate, potrebbero essere anche di date precedenti. Lo stesso autore ricorda in modo particolare una predica anonima del 1829, dove “sembra che a un lontano eco di costruzioni e retorica barocche si sovrapponga un afflato di visioni romantiche che si impone all’attenzione dell’ascoltatore...”, e che nella grafia denota “una sicura dimestichezza con le lettere slovene” (Merkù, 1978: 97-98). Sono dati importanti: in quel momento il romanticismo stava appena affiorando nella letteratura slovena e le sue espressioni erano riservate a una ristretta cerchia di intellettuali; inoltre all’epoca non si pubblicavano periodici in lingua slovena (alle Lublanske novice degli anni 1797-1800 fecero seguito le Kmetijske in rokodelske novice solo dal 1843 in poi); viene quindi da pensare che l’ignoto autore avesse dei contatti più o meno diretti con gli intellettuali sloveni di allora. Dalla metà del secolo in poi si inizia a riscontrare nella stampa slovena brevi corrispondenze provenienti dal nostro territorio. Una delle prime, pubblicata dal primo giornale politico sloveno Slovenija nel 1849, porta la firma di Ivan Obalo e riporta, oltre a notizie varie, anche un breve dialogo dialettale. Un’altra, pubblicata dal settimanale Slovenska bčela nel 1853, coglie lo spunto dalla cronaca della festa del Corpus Domini per presentare una descrizione dettagliata dei costumi popolari delle Valli del Natisone. Questi testi sono del tutto conformi alla norma linguistica slovena dell’epoca; non è però possibile stabilire in che misura la forma sia stata tale all’origine e in che misura sia dovuta ad interventi redazionali. Rimane comunque il fatto che vi siano state, durante il periodo austriaco, diverse persone colte che hanno mantenuto vivo il contatto con la vita culturale slovena e con la lingua dotta. Tornando a Pietro Podrecca, vanno ricordati i suoi ampi contatti con il mondo sloveno, in primo luogo con il direttore del seminario goriziano Janez N. Hrast, di Luico, e con il poeta Luka Jeran, redattore della rivista Zgodnja Danica, ed il suo impegno nella promozione delle pubblicazioni slovene, sia di libri devozionali sia delle collane di racconti e manuali pubblicate dalla Mohorjeva družba (Società di Sant’Ermacora). Assieme a don Michele Mucig, parroco di San Pietro, pubblicò nel 1869 il catechismo Katekizem za Slovence Videmske nadškofije na Beneškem. In diversi scritti gli viene erroneamente attribuito anche il Katekizem ali kristianski nauk v prašanjih in odgovorih zložen zlasti iz nauka gosp. Mihaela Casati Jožefa Podrieke za slovenske šole, pubblicato a Gorizia nel 1851 da Jožef (Joseph) Podrecca, nativo di San Leonardo, che prestò servizio in diverse località del Goriziano, per molti anni a Breginj. Nel periodo austriaco i contatti tra il Goriziano e la Benecia furono, nonostante la divisione amministrativa, comunque abbastanza frequenti. È naturale quindi che alcune personalità delle Valli si affermassero nel mondo austriaco. È il caso di Anton Klodič Sabladoski (Clodig 1836 – Trieste 1914; il secondo cognome è quello della madre, figlia di un ufficiale polacco dell’esercito napoleonico e sorella del parroco di Luico). Il piccolo Anton è stato spesso ospite dello zio prete che si premurò di istruirlo, avviandolo prima a scuola a Caporetto, poi al ginnasio di Gorizia e quindi al seminario. Ma Anton preferì gli studi di filologia classica che concluse a Vienna, dedicandosi poi all’insegnamento e successivamente, come ispettore scolastico, all’organizzazione delle scuole, ottenendo ottimi risultati e pubblicando diversi scritti didattico-pedagogici. Scrisse inoltre un libro in latino sul poeta Orazio, si cimentò in una buona descrizione del nostro dialetto, pubblicata nel 1878 a Pietroburgo, e in uno studio sulla letteratura slovena a Trieste e nell’Istria. Sposato con la sorella del poeta Josip Pagliaruzzi-Krilan di Caporetto, curò l’edizione delle poesie e delle prose del cognato. Pienamente inserito nella vita culturale slovena (è stato anche presidente della Čitalnica di Gorizia), iniziò l’attività letteraria pubblicando nel 1867 un poema satirico comprendente 86 esametri. L’anno dopo compose una commedia in tre atti, Novi svet, ambientando sullo sfondo dei progetti della ferrovia Cividale-Caporetto-Predil una storia d’amore con implicazioni sociali; in seguito, caduta l’idea della ferrovia, rielaborò il testo e lo pubblicò nel 1878 con il titolo Materin blagoslov. Il testo teatrale, classicistico nella forma e nel contenuto, è scritto in versi (prevalentemente trimetro giambico) ed è considerato, nella storia della drammaturgia slovena, come un esempio quasi isolato di melodrammaticità tardoromantica (Koblar, 1972). Nel 1912 venne pubblicato a Trieste, a cura del figlio Maks, il suo poema epico Livško jezero, 28 canti per complessivi 8.197 versi, ambientato nei tempi delle Crociate. La cornice è quella dell’isola sul lago di Luico, con il castello; tra gli ingredienti una storia d’amore, l’attacco di un cavaliere predone (che fa defluire il lago), il racconto delle avventure d’Oriente, momenti storici e racconti popolari. Un tentativo dunque di coniugare la storia locale con quella generale in una forma poetica molto impegnativa che poco ha prodotto nella letteratura slovena. Neppure Klodič, che pur dimostra una grande abilità nel verseggiare, è riuscito nell’intento romantico di dare agli Sloveni un poema epico valido, sebbene ci siano tra i suoi versi momenti felici con belle immagini delle nostre montagne e delle nostre acque, della vita paesana, delle consuetudini ecc. La figura di Anton Klodič è, nel suo complesso, quella di una personalità forte ed importante, dagli interessi molteplici, che per aver operato fuori dal nostro territorio non è stata sufficientemente messa in luce. Per il forte attaccamento alla terra natia che costantemente traspare dai suoi versi può essere però annoverato a pieno titolo tra i letterati della Benecia. Se Klodič ha potuto, grazie agli studi e alla frequentazione degli ambienti culturali sloveni, appropriarsi appieno della lingua slovena (ma anche di quella italiana e tedesca, come dimostrano i suoi scritti), la lingua dotta ha rappresentato un duro scoglio per coloro che, pur istruiti, rimanevano nelle nostre Valli o si inserivano nell’ambiente friulano. Le poche pubblicazioni slovene non potevano certo sopperire alla mancanza di scuole in lingua slovena e gli sforzi dei sacerdoti di dare ai giovani, assieme alle lezioni di catechismo, anche qualche fondamento linguistico potevano portare tutt’al più alla capacità di leggere qualche racconto leggero, non già alla competenza linguistica necessaria alla produzione di testi di un certo livello. La maggior parte degli intellettuali della Valli si rivolgeva quindi al mondo italiano. Sull’altra strada, quella già intrapresa da Pietro Podrecca, si incamminò invece Ivan Trinko (Tercimonte di Savogna 1863-1954), poeta e scrittore, ma anche musicista e pittore, filosofo, storico, critico, traduttore e divulgatore, personalità poliedrica che seppe inserirsi sia nel mondo friulano che in quello sloveno e svolgere un valido ruolo di mediazione che forse solo ora, proiettati verso l’Europa, sappiamo cogliere nel suo giusto valore. Nato da famiglia contadina, venne indirizzato agli studi dal cappellano, mandato a concludere le elementari a Cividale per poi proseguire al seminario di Udine. Dopo aver letto la prima messa nella natia Tercimonte, nel 1886, tornò al seminario come prefetto e approfondì le sue conoscenze in materia di filosofia, studiando pure le principali lingue slave. Insegnò dapprima latino, italiano, matematica e scienze al ginnasio per prendere nel 1894 la cattedra di filosofia al liceo che tenne fino al 1942, anno in cui, in seguito ad un incidente, si ritirò dall’insegnamento per tornare nella sua casa di Tercimonte. In casa Trinko si leggevano i libri della Mohorjeva družba, ma il giovane Trinko preferiva leggere in italiano. Affrontò la sua prima lettura slovena, come ha raccontato egli stesso, in quarta ginnasio, leggendo un racconto per ben sei volte di seguito, fino a riuscire a capirlo. Così imparò lo sloveno dotto “senza maestro, senza grammatica, senza vocabolario, nonostante gli ostacoli esterni che gli impedivano di imparare”. Non va dimenticato che siamo ormai negli anni dopo il 1866 e che il confine, non più amministrativo ma politico, ostacolava maggiormente i contatti della Benecia con le regioni slovene austriache e che la politica linguistica del giovane stato italiano non era certo favorevole al mantenimento e allo sviluppo della lingua slovena in questo territorio. Sostenuto negli sforzi linguistici dal Podrecca, Trinko cercò più tardi di alleggerirli ai suoi allievi in seminario, impartendo loro nel tempo libero lezioni di lingua slovena. Ai primi esperimenti di versificazione in italiano, negli anni del ginnasio, seguirono, dalla seconda liceo in poi, i primi versi sloveni. Raccolti in quattro quaderni manoscritti, abbracciano gli anni dal 1880 al 1883. Produsse circa 90 poesie in quattro anni, tra le quali anche alcuni testi piuttosto lunghi. Seguì, nel 1885, l’esordio nella prestigiosa rivista letteraria Ljubljanski Zvon su invito del redattore Fran Levec, con la pubblicazione di due poesie tratte dal terzo quaderno. Negli anni successivi, fino al 1898, pubblicò nella stessa rivista altre 56 poesie ed ancora una dozzina in altre pubblicazioni periodiche. Nel 1897 diede alla luce, stimolato dal poeta isontino Simon Gregorčič e dall’editore goriziano Andrej Gabršček, una raccolta dal titolo Poezije, firmata con lo pseudonimo Zamejski. In essa compaiono 18 dei testi già pubblicati, i rimanenti sono nuovi. Sulla poesia di Ivan Trinko sono stati scritti diversi saggi, in parte riportati nella nostra bibliografia, che la trattano approfonditamente dal punto di vista dei contenuti, della forma, della lingua. Tutti gli autori trovano in essa una punta di pessimismo che il poeta stesso ammette e motiva con la situazione infelice in cui si trova la sua gente, emarginata e senza possibilità di sviluppo. I suoi versi sono pieni di nostalgia per la piccola patria che lasciò per andare ad Udine, il suo sguardo triste si volge ai fratelli verso oriente, il quale assume un valore simbolico di luce e speranza. Il nucleo più importante è rappresentato dal ciclo Razpršeno listje (Foglie sparse), 58 brevi poesie (tre strofe di quattro versi, ogni verso è composto da tre trochei), quasi degli schizzi che affrontano le problematiche esistenziali con un linguaggio ricco di similitudini e metafore dove la natura è protagonista. La forma ricorda da vicino i cicli di Simon Jenko che spesso viene indicato come modello per questi componimenti. Le altre poesie della raccolta sono piuttosto diverse, spesso di carattere occasionale; oltre le liriche la raccolta comprende alcuni componimenti di carattere epico, in particolare le visioni epiche Oglej (Aquileia) e Pad Ogleja (L’eccidio di Aquileia, pubblicata dallo stesso Trinko anche in traduzione italiana). Nella lingua si nota l’influenza di certe forme slaveggianti tipiche della seconda metà dell’Ottocento, ma vi sono presenti, in misura minore, anche elementi caratteristici della letteratura slovena contemporanea, del filone letterario della “Moderna”. Alcune particolarità ricordano Simon Gregorčič, che fu in un certo senso suo maestro, e la poesia epica di Anton Aškerc. La raccolta Poezije è l’unica pubblicazione di poesie di Ivan Trinko. Successivamente pubblicò solo qualche poesia occasionale. Sembra che ciò sia dovuto alle critiche non lusinghiere di cui furono oggetto questi componimenti nella stampa slovena centrale. Trinko fu semplicemente liquidato con l’etichetta di “epigono” che gli rimase attaccata nella storia della letteratura slovena per lungo tempo, posto su un binario morto della ricerca poetica che allora prendeva altre strade. Si sottolinearono le sue “stranezze” nel linguaggio, le forme ritenute obsolete, i frequenti prestiti da altre lingue slave, senza tener conto né della base dialettale alla quale era organicamente legato né delle modalità con cui si era avvicinato alla lingua slovena letteraria. Solo più tardi venne rivalutato come poeta, ad esempio da Anton Slodnjak che nella sua storia della letteratura slovena uscita a Ljubljana nel 1963 sottolineò in modo particolare il suo apporto alla poesia epica slovena, e gli studi più recenti analizzano in modo più approfondito le sue poesie per dargli la sua giusta collocazione, sottolineando “gli elementi di uno sviluppo diverso ed originale che si apre con modi poetici neoclassici verso una fase nuova, procedendo su una via autonoma e più sotto l’influsso della vicina letteratura italiana e della tradizione slovena, piuttosto che sotto le influenze riscontrabili nel gruppo della ‘moderna’ nel centro sloveno” (Pogorelec, 1978: 124). Ma già nel 1923 un poeta che stava vivendo, sia pure in tempi e modi diversi, lo stesso dramma di Trinko, Srečko Kosovel, scrisse di lui: “Questo animo profondo, inebriato della slovenità morente, ha sentito in sé l’esigenza di non lasciare relegato nel segreto quanto è ingiusto, di non dover tacere quanto è accaduto per dura condanna del destino, ma di dover esprimere i pensieri e i desideri che covavano negli occhi quasi morti del popolo silenzioso (...) la sua poesia è espressione autentica dell’uomo, nato e educato in lingua italiana, dell’uomo che ha intravisto, attraverso la nebbia sottile della lingua slovena, la propria ingiustizia ed ha voluto esprimerla. La sua ‘musa’ non è una principessa desiderosa di corti spumeggianti e di reami splendenti, di orizzonti lontani che superano il luogo e il tempo, la sua ‘musa’ è l’animo sloveno silenzioso e triste. E cammina con lui nel terrore che precede la morte sentendo in ogni tremolio di foglie, in ogni sussurro del vento il suo oscuro destino.” (Kosovel, 1977: 129-130) Ivan Trinko si fece sentire anche come prosatore. Molti sono i suoi articoli pubblicati sulle riviste slovene, in cui tratta questioni di carattere letterario o descrive, da diversi punti di vista, la Benecia con le sue caratteristiche geografiche, storiche e sociali, pubblicando talvolta anche racconti popolari. In diverse corrispondenze tratta argomenti di attualità, legati alla vita a alla condizione degli Sloveni della Benecia. Nel 1929 pubblicò, presso la Goriška Mohorjeva družba, il libro Naši paglavci, nove brevi racconti o schizzi che presentano la vita dei ragazzi, ma anche degli adulti, nei paesetti di montagna: la ricerca dei nidi, la caccia ai ghiri, l’attesa dei genitori che rientrano dal mercato, il momento del racconto, ma anche momenti tristi, come l’alcolismo, la malattia e la morte. Nel libro Trinko ha raggiunto una grande maestria nell’uso della lingua slovena, adeguandosi perfettamente alle norme dello sloveno letterario dell’epoca e allo stesso tempo arricchendolo con termini dialettali che ben si inseriscono nell’atmosfera dei testi. Non possiamo in questo contesto trattare tutta l’opera di Ivan Trinko nei svariati campi della cultura e della politica, le sue traduzioni dalle letterature slave in lingua italiana, i suoi scritti sulla Benecia apparsi in riviste del mondo slavo in generale. Vogliamo però ricordare la sua grammatica della lingua slovena del 1930, i suoi studi di linguistica, dialettologia e toponomastica, la pubblicazione di un manoscritto del XII secolo contenente antroponimi e toponimi sloveni e il suo interessamento per la pubblicazione del manoscritto di Cergneu. Collaborò inoltre per la riedizione del catechismo del Podrecca (Katoliški katekizem, Gorizia 1928) ed infine per l’edizione del libretto devozionale Naše molitve (Gorizia 1951) con una prefazione che rappresenta il suo testamento spirituale. Ivan Trinko rappresenta sicuramente la figura centrale della letteratura slovena in Benecia, una personalità che coloro che hanno continuato a scrivere in sloveno non sono certo riusciti ad eguagliare. Non a caso essi si richiamano a Trinko, considerandolo guida e maestro. La vita di Trinko abbraccia un periodo lungo della nostra storia che fu molto travagliato anche per la vita della lingua. Ricordiamo i primi segnali di avversità allo sloveno apparsi sulla stampa nei primi anni dopo il plebiscito del 1866. Tuttavia l’uso della lingua slovena rimase ben saldo nelle nostre chiese che rappresentavano l’unico luogo pubblico ed ufficiale per la lingua usata nelle famiglie e nella vita paesana. Discreta fu anche la diffusione della stampa slovena, in modo particolare dei libri della Mohorjeva družba, e gli elenchi degli abbonati riportano, oltre ai nomi dei sacerdoti e dei sacrestani, anche nomi di contadini, piccoli possidenti, casalinghe, serve, commercianti ecc. Appaiono inoltre pubblicazioni occasionali locali e questa situazione si protrae fino agli anni della grande guerra. Possiamo quindi affermare che la conoscenza della lingua slovena dotta era abbastanza diffusa, almeno tra le persone più istruite ed aperte, nonostante la stessa non venisse insegnata nelle scuole, alle quali era stato al contrario affidato il compito di italianizzare. Un duro colpo alla lingua venne inflitto con la proibizione del suo uso nelle chiese, ad opera del fascismo nel 1933. Venne così a mancare l’occasione di coltivare la lingua nelle sue espressioni sovradialettali, relegandola al puro uso domestico. Questi avvenimenti, assieme agli atti di protesta dei sacerdoti che si trovavano costretti a parlare ai fedeli in italiano, attuando quindi in chiesa un cambio di codice rispetto alla comunicazione abituale e generando così una situazione di distacco, se non anche di incomprensione, furono recepiti dalla letteratura slovena nel romanzo Kaplan Martin Čedermac di France Bevk, pubblicato a Ljubljana nel 1938. Antonio Cuffolo (Platischis 1889 – Lasiz 1959), cappellano di Lasiz, che viene individuato, per la sua amicizia con l’autore, dalla critica letteraria come l’ispiratore principale se non proprio come modello del protagonista, annotò nel suo diario che il libro avrebbe arrecato più danni al fascismo di quanti Le mie prigioni di Silvio Pellico produssero all’Austria. Lo stesso Cuffolo tenne, negli anni precedenti e durante la seconda guerra mondiale, un interessantissimo diario-cronaca, dove segnava gli avvenimenti principali, commentandoli a volte umoristicamente. Un testo, scritto in lingua slovena con qualche concessione al dialetto, molto interessante, che venne pubblicato, assieme alle scritture quasi parallele in lingua italiana, solo nel 1985 con il titolo Moj dnevnik. La sua veste linguistica dimostra ancora una volta che almeno i sacerdoti, in quanto rappresentanti del ceto più istruito, continuavano ad avere una buona competenza della lingua standard slovena. Gli anni della seconda guerra portarono nuovamente nelle Valli varie pubblicazioni in lingua slovena: giornaletti clandestini del movimento partigiano, ma anche brevi letture e canzonieri. Ci fu qualche primo debole tentativo di insegnamento della lingua slovena nelle scuole organizzate dai partigiani. Nonostante le contrapposizioni una fetta più consistente della popolazione si rese conto della propria appartenenza culturale e linguistica, tanto che negli anni seguenti diverse famiglie decisero di mandare i propri figli nelle scuole con lingua d’insegnamento slovena aperte a Gorizia. Seguirono pure iniziative culturali e, cosa particolarmente importante per la lingua, la pubblicazione, dal 1950, del periodico Matajur. Più frequenti si fecero le corrispondenze locali ai periodici sloveni, in particolare a quelli stampati in Italia, anche se va detto che esse non sono state mai del tutto assenti. Nonostante la sicurezza di un eventuale intervento redazionale per correggere le imperfezioni, lo scrivere in lingua slovena per uso pubblico rappresentava una valida palestra per esercitare la lingua, per passare dal dialetto allo standard senza l’ausilio di un’educazione linguistica sistematica. Dobbiamo a questo punto ricordare Izidor Predan, autore fecondissimo che padroneggiava con uguale maestria il dialetto e la lingua standard, usandoli appropriatamente secondo le occasioni, i contesti e gli interlocutori; nei suoi innumerevoli pezzi giornalistici usava talvolta questa sua abilità per insegnare ai valligiani qualche nuova parola slovena o viceversa, per far conoscere agli sloveni fuori delle Valli qualche vecchio termine dialettale. La lingua standard slovena veniva da lui usata specialmente negli articoli divulgativi di vario genere – sulle tradizioni popolari, sulle questioni economiche, sociali e politiche, sulla vita culturale – mentre la sua produzione letteraria è stata prevalentemente dialettale. È tuttavia in lingua standard il suo racconto Mali Tončič noče biti “sclav”, pubblicato dal Primorski dnevnik e uscito in seguito in un opuscolo (Trieste 1971). Dalle file dei sacerdoti esce un altro poeta, Valentin Birtič-Zdravko (Rodda 1909 – Udine 1994). Tradizionale e popolareggiante nella forma che per la melodiosità dei versi ricorda Gregorčič, tratta nelle sue poesie temi religiosi e l’amore per la sua terra. Il suo mondo poetico si ricollega alla tradizione più antica, è semplice e convenzionale, ma l’espressione è genuina ed efficace (Kermauner, 1993: 175). Una raccolta è uscita nel 1983 presso la cooperativa Dom con il titolo Spomin na dom. Allievo di Ivan Trinko, insistette, come tanti altri sacerdoti, nell’insegnamento del catechismo in lingua slovena, indirizzando i suoi giovani parrocchiani a Cras di Drenchia anche verso l’attività teatrale. Pure nei versi del poeta Rinaldo Luszach (Costne 1910 – 1978), contadino e musicista, si nota una grande dimestichezza con la lingua letteraria e con la letteratura slovena, oltre al legame con il canto popolare. Anche la sua poesia è legata ai valori fondamentali, in primo luogo alla natura, ed è fortemente radicata nell’ambiente concreto (Kermauner, 1993: 184- 191). Dal canto popolare attinge anche Anton Birtič-Mečanac (Mezzana 1924), i cui testi sono per la maggior parte scritti per essere musicati. Con essi si fece promotore di un nuovo genere musicale-letterario che ebbe grande fortuna nel mondo sloveno e contribuì alla conoscenza della Benecia. Testi semplici, spesso cantabili e ballabili, che parlano dell’amore, delle bellezze dei luoghi, con tratti a volte allegri a volte nostalgici. Nelle poesie non musicate si riscontrano invece elementi più riflessivi e tematiche più impegnative. Nel vasto panorama di autori che scrivono in dialetto, trattati in questa pubblicazione in un capitolo a parte, sono quindi tuttora presenti coloro che usano lo sloveno standard. Un’attenzione particolare va alla letteratura giovanile che registra nelle Valli una grossa produzione, attuata talvolta mediante coedizioni. Accanto ai libri illustrati pubblicati in dialetto ci sono libri nello sloveno standard (oltre ad edizioni in altre lingue). I testi vengono particolarmente curati dal punto di vista linguistico (è un lavoro che viene spesso fatto a più mani), in modo da presentare una lingua semplice e comprensibile, molto vicina al dialetto nel lessico e quindi fruibile anche dai ragazzi che non hanno una competenza specifica della lingua standard slovena. Ma la lingua non è solo letteratura. Abbiamo già ricordato articoli e saggi che, per il semplice fatto di usare una terminologia più specifica oltre che per l’intento degli autori di essere letti anche fuori delle Valli, vengono di norma scritti nello standard. Un’oculata alchimia nel dosare sloveno standard, dialetto ed italiano si nota anche nei periodici, particolarmente nel settimanale Novi Matajur che dal 1973 è succeduto al Matajur, e nel Dom, dapprima bollettino interparrocchiale (1966-1983), ora periodico culturale e religioso con scadenza quindicinale. La lingua standard è inoltre presente in incontri, conferenze, manifestazioni culturali, nelle celebrazioni liturgiche (dove le preghiere e i canti conservano ancora forme arcaiche), ma anche e in misura sempre maggiore in occasioni ufficiali, dove l’uso viene stimolato anche dai sempre più frequenti contatti con la Valle dell’Isonzo. Nelle Valli del Natisone è dunque in atto un processo di riappropriazione della lingua che si svolge su due binari: da un lato c’è la tendenza di consolidare il dialetto che ha subito una forte erosione, ampliandone anche gli ambiti d’uso (come avviene nella letteratura dialettale); dall’altro lo sforzo di imparare la lingua standard nella consapevolezza che è questa il supporto naturale della parlata locale e la lingua di riferimento per tutti gli ambiti che sfuggono alla parlata dialettale. Ciò significa che si sta ampliando la cerchia di coloro che hanno raggiunto una competenza più o meno valida della lingua standard (pochi attraverso la scuola, la maggioranza da autodidatti, tramite letture e contatti umani, o frequentando i corsi organizzati dalle associazioni slovene), come si sta ampliando la gamma di occasioni per usarla, accanto a quella italiana, anche in pubblico. Quanto sia sentita la necessità di mantenere la lingua locale e di svilupparla verso i registri culturali propri della lingua standard, è dimostrato anche dalla costituzione e dalla crescita del centro scolastico bilingue di San Pietro al Natisone, sorto ad iniziativa privata ed affermatosi negli anni come il centro scolastico maggiore delle Valli. Un’offerta pedagogica che prevede l’insegnamento parallelo nella lingua italiana e in quella slovena, con spazi e dignità pari, ha raccolto in misura sempre maggiore la fiducia della gente che vi indirizza i propri figli per una chiara scelta culturale, quella della fedeltà alle radici e della crescita organica dalle stesse verso il futuro. Nonostante i limiti dell’esperienza che si conclude con la quinta classe elementare alcuni risvolti positivi possono già essere individuati: primo tra essi il rafforzato uso della parlata locale nelle famiglie che operano questa scelta. Se i decenni di quest’ultimo dopoguerra hanno portato ad una forte restrizione della comunicazione slovena, dovuta ai fenomeni di maggiore mobilità sociale, all’influenza dei mass-media, di un certo tipo di scuola e di altri fattori massificanti, negli ambiti che in passato le erano propri, hanno prodotto allo stesso tempo una presa di coscienza che tende a rivitalizzare la lingua, assieme alla cultura che in essa si esprime, con interventi mirati e consapevoli, nell’intento di conservarla utile e funzionale per il futuro.
 Bibliografia
 I dati biografici delle personalità menzionate sono raccolti nei fascicoli dello Slovenski primorski biografski leksikon, pubblicato dalla Goriška Mohorjeva družba dal 1974 al 1994, come anche le indicazioni bibliografiche. Per il resto si citano solo i titoli essenziali, dai quali il lettore potrà risalire ad una bibliografia più completa, e quelli dai quali abbiamo tratto delle citazioni. BANCHIG, Giorgio, 1998, Veliko jezikovno bogastvo, Dom, XXXIII, 9, p. 4 . CRACINA, Angelo, 1974, Antiche preghiere popolari slovene del santuario di Castelmonte, Udine, Arti Grafiche Friulane, p. 24. FERLUGA-PETRONIO, Fedora, 1984, Ivan Trinko – poeta e scrittore della Slavia Veneta, Padova, Centro Studi Europa Orientale, p. 109. GORJAN, Clara, 1981, Cenni sulla vita e l’opera di Anton Klodič, La Panarie, XIV, 52-53, pp. 68-72. GUJON, Pasquale, QUALIZZA, Marino, ZUANELLA, Natale, 1979, Ivan Trinko, Udine. KACIN, Anton, 1930, Nov slovenski rokopis iz 15. stoletja, in Jadranski almanah za leto 1925-1930, Gorica. Književna založba “Adrija”, pp. 22-23. KERMAUNER, Taras, 1993, Poezija slovenskega zahoda - 3. del, Ljubljana, Lumi. KLEMENČIČ, Drago, (a cura di), 1985, Trinkov simpozij v Rimu, Ljubljana, Slovenska bogoslovna akademija v Rimu (con contributi di Maksimilijan Jezernik, Franc Kralj, Irena Lupinc-Košuta, Anton Trstenjak, Marino Qualizza, Martin Jevnikar, Fedora FerlugaPetronio, Pavle Merkù, Tomaž Pavšič, sr. Rosalia Olanda Miazzo, Viljem Černo). KOBLAR, France, 1972, Slovenska dramatika I, Ljubljana, pp. 61-62. KOSOVEL, Srečko, 1977, Zbrano delo, III, Ljubljana, DZS. LOGAR, Tine, POGORELEC, Breda, KORUZA, Jože, 1973-74, Starogorski slovenski rokopis iz konca 15. stoletja, Jezik in slovstvo, XIX, 6-7, pp. 192-211. LUPINC, Irene, 1980-81, Ivan Trinko, Udine (tesi di laurea). MERKÙ, Pavle, 1972, Narečne pridige Petra Podreke, in Letopis za leto 1971, Trst, Narodna in študijska knjižnica, pp. 8-16 (con la pubblicazione dei testi, pp. 17-43). MERKÙ, Pavle, 1978, I manoscritti sloveni dei secoli scorsi nella Slavia italiana, in Lingua, espressione e letteratura nella Slavia italiana, San Pietro al Natisone-Trieste, EST, pp. 89- 101. MIAZZO, Olanda, 1959-60, Le “Poezije” di Ivan Trinko, Padova (tesi di laurea). POGORELEC, Breda, 1978, La lingua letteraria slovena nella Slavia italiana, in Lingua, espressione e letteratura nella Slavia italiana, San Pietro al Natisone-Trieste, EST, pp.103- 134. PETRIČIČ, Pavel, 1999, Peter Podreka – Beneška kulturna prelomnica, in Trinkov koledar za leto 2000, Čedad, Kulturno društvo Ivan Trinko, pp. 79-93. SPECOGNA, Romano, MIZZAU, Antonio, DI RITO, Antonio, 1974, Ivan Trinko, Udine. ZOVATTO, Pietro, (a cura di), 1986, Ricerche su Ivan Trinko, Udine (con contributi di Martin Jevnikar, Fedora Ferluga-Petronio, Marino Vertovec, Natale Zuanella, Marino Qualizza). * tratto dal libro: PETRICIG, Paolo (a cura di), Valli del Natisone / Nediške doline, [San Pietro al Natisone] Cooperativa Lipa editrice, 2000

Živa Gruden

http://www.mismotu.it/wp-content/upload

in sloveno... http://www.mismotu.it/wp-content/uploads/2016/03/testo_librone_ziva_slo_ebook.pdf

1 commento:


Il tuo commento è l'anima del blog,
Grazie della tua visita e torna ogni tanto da queste parti , un tuo saluto sarà sempre gradito. *Olgica *