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07 ott 2016

“Cerco la musica che si sta perdendo perché resti traccia di questa ricchezza”



Quello che si avverte, incontrando e sentendo parlare Marisa Scuntaro, è una grande passione ed il desiderio di mettere al servizio degli altri quanto non appartiene alla musica tradizionale popolare: che non è di chi, chissà quando, l’ha pensata e scritta. Altrimenti non sarebbe popolare. È patrimonio comune. Marisa fa questo, l’ha dimostrato anche di recente nell’incontro ‘V nebu luna plava’ a Liessa, cantando, oltre che in friulano e italiano, anche nello sloveno della Val Resia e delle Valli del Natisone. Con una pronuncia da far invidia a molti, lei che proviene da Gemona (dove vive, ma ha vissuto la sua infanzia a Racchiuso di Attimis, più tardi a Udine). Marisa Scuntaro, cofondatrice della storica band di folk revival Sedon Salvadie, il primo gruppo a suonare con spirito nuovo le musiche tradizionali del Friuli, attivissima come cantante, ricercatrice e cultrice di tradizioni popolari (nel suo repertorio però anche musiche su testi più recenti, come quelli del poeta di Andreis Federico Tavan), due anni fa ha raccolto in ‘Dindarine dindarone’ (libretto con 24 testi, illustrazioni di Federica Pagnucco, edizioni Kappavu) quello che sino a quel momento era il compendio della sua attività di ricerca, che ha riguardato anche la zona prossima alla frontiera abitata dalla comunità slovena.
Quali sono le origini di questa sua passione per la musica tradizionale? “Fuori dalla chiesa di Racchiuso, nel comune di Attimis, quand’ero piccola, mia nonna amava cantare. Cantava quella villotta, ‘Dindarine dindarone’. C’era il vespero, la sentivo canticchiare, tutto è iniziato lì. Poi, da adulta, ho iniziato ad ascoltare la musica tradizionale, a buttare l’orecchio a certi canti. Ho cominciato a cantare per conto mio, poi assieme a Giulio Venier e ad altri è nata La Sedon Salvadie.”
Oltre alla musica, al canto, c’è però anche la sua attività di ricercatrice. “La musica e la ricerca sono intanto il veicolo per conoscere luoghi e lingue. Io, che sempre usavo l’italiano, ho recuperato la lingua della mia infanzia, il friulano, ma questa ricerca mi ha permesso anche di scoprire un sottobosco di lingue e tradizioni, in questa regione, piccolo ma ricchissimo. Perché dobbiamo cantare in inglese, dico sempre, quando abbiamo qui da noi così tante lingue?”
Come ha iniziato, qualche informazione e un semplice registratore in mano? “Sì, senza essere preparata. Una delle prime volte un sacerdote che mi aveva contattato mi ha detto: bello quel canto che ho sentito, ma da noi ad Avasinis ce n’è uno più bello. È stata una sfida. Certo, spesso vado ad alcuni appuntamenti a vuoto, certe volte ti aspetti il canto tradizionale e invece ti cantano cose recenti, magari perché le cose antiche le hanno dimenticate, non hanno più occasione di cantarle. In tutto questo sono stata supportata da molte persone, una su tutte, la professoressa Silvana Schiavi Fachin.”
E l’incontro con l’area slovena di questa provincia? “Resia la conoscevo da prima. Dagli anni Ottanta ho poi conosciuto Ližo Jussa, grande suonatore, un maestro. Ricordo ancora i suoi duetti con Gusto, che suonava la foglia. Poi da voi ho conosciuto Angelico Piva, Bepi Chiabudini, che mi hanno dato dei contatti. Chiabudini mi ha accompagnato a Pegliano dalla signora Luciana, che ora non c’è più, da lei ho raccolto una bella ninnananna che compare anche nel cd del libro ‘Dindarine dindarone’. Nella valle del Torre, grazie a Igor Cerno, ho conosciuto Liduina di Platischis e le sorelle Melissa di Prossenicco. L’anno scorso, a Friuli Doc, ho conosciuto invece Margherita Trusgnach che mi ha messo in contatto con le sorelle Cicigoi di Oznebrida e con altre persone. Devo ringraziare davvero tutti, chi ha cantato e mi ha insegnato, ma anche chi mi ha accompagnato. Vorrei continuare, sarebbe anche interessante registrare le stesse persone a distanza di tempo, per vedere come cambiano i canti. Vorrei continuare perché resti una traccia di tutta quella ricchezza. Non sono una studiosa, quello che faccio è un prestito, le cose le lascio dove le prendo.”

1 commento:

  1. “Cerco la musica che si sta perdendo perché resti traccia di questa ricchezza”

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