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10 dic 2016

Quei libri sono bruciati due volte

GORIZIA - GORICA

La nota del prof. Aldo Rupel tratta gli attacchi fascisti al Trgovski dom

Nella giornata odierna (4 novembre, ndt.), 90 anni fa si scagliarono in modo organizzato sull’edificio sloveno nel centro di Gorizia-Gorica duecento squadristi. Devastarono la sala e altri locali, buttarono in strada i libri, gli archivi, suppellettili, gli strumenti musicali… e bruciarono tutto. Si trattò della prima sottrazione violenta del Trgovski dom agli sloveni di Gorizia. La storia si ripeté 20 anni dopo: il 6 novembre del 1946 – 70 anni fa – l’amministrazione militare alleata espulse dalla struttura le organizzazioni slovene e antifasciste e la prese per i propri uffici. Dopo la prima guerra mondiale il Regno d’Italia introdusse una nuova festa nazionale, che celebrasse la vittoria raggiunta. Da allora da decenni si ripete il rituale di un’eternalizzazione dell’ingresso in una guerra di conquista, che a livello simbolico si esprime nel binomio «Trento-Trieste». Queste due città furono gli obiettivi che il regno si prefissò per l’espansione dello «spazio vitale» con la collocazione di un «confine naturale» nelle Alpi Giulie, le Prealpi, passando per Logatec, lo Snežnik e fino a Fiume. Ciò lo raggiunse anche a seguito di un accordo segreto con gli alleati occidentali, che all’Italia promisero, in caso di adesione alle operazioni belliche, che avrebbe ricevuto i territori richiesti. E cosa costava loro? Neanche uncentimetro di quella terra era loro. L’esercito italiano non giunse a Trieste con un vittorioso attacco, perché fu fermato sotto l’Ermada-Grmada; andarono a Venezia a cercarlo gli stessi triestini e tra essi non mancò uno sloveno. Gorizia era già stata distrutta dall’artiglieria italiana nel 1916. È pertinente ricordare che la città fu per tre giorni amministrata dal Consiglio nazionale sloveno. Il generale Petiti di Roreto promise alla popolazione ciò che non intendeva realizzare, dopodiché fu sempre peggio. L’esercito italiano e in seguito l’amministrazione civile non solo in molti casi deetnicizzò i cognomi, i nomi di luogo e geografici, abolì scuole e circoli, permise anche che gli squadristi in diversi luoghi uccidessero. Di rado leggiamo come, secondo una stima approssimativa, ci siano stati ben 15 di questi omicidi. Il Trgovski dom nel centro cittadino non mostrava solo la presenza slovena, ma era anche promotore di diverse attività prima della prima guerra mondiale e della rinnovata crescita nel primo dopoguerra. Per cui diventò uno tra gli obiettivi principali della violenza delle squadre delle camicie nere. Lo attaccarono in modo organizzato il 4 novembre 1926. Per questo motivo oggi commemoriamo la distruzione di uffici, archivi, strumenti, mobilio, libri… Bruciarono tutto. L’«azione» fu condotta da duecento membri del fascio goriziano. I pompieri contribuirono alla devastazione con una scala, con cui i devastatori raggiunsero la scritta Trgovski dom e la distrussero. Continuarono il cammino in via San Giovanni verso le sedi dei circoli sloveni di indirizzo liberale. Sempre con l’aiuto dei pompieri rimossero la scritta Dom Simon Gregorčič e distrussero la tipografia Narodna tiskarna in via Favetti-Kočijaška ulica. La polizia impedì solo i tentativi di assalto alle sedi delle istituzioni slovene di indirizzo cattolico: alla sede di Mladika all’inizio di Corso Verdi e alla tipografia Katoliška tiskarna in Piazzutta-Placuta. Il Trgovski dom divenne sede del Patronato scolastico, che stipulò un contratto di sublocazione col Partito fascista. La sala teatrale divenne Sala Littorio, tutta la struttura, invece, Casa Littorio. Trenta giorni l’anno le organizzazioni slovene avrebbero potuto utilizzare il Trgovski dom per le proprie manifestazioni, ma già il 12 e 13 febbraio 1927 gli attivisti fascisti impedirono ciò che il comando di polizia aveva permesso. Per cui la questura non rilasciò più nessuna autorizzazione col pretesto che «viene minacciato l’ordine pubblico». Seguì una sempre maggiore pressione che durò, per quanto riguarda i fascisti, fino a settembre 1943; le seguì quella di impronta nazista. Nel frattempo si giunse all’opposizione dapprima nell’ambito dell’Organizzazione rivoluzionaria della Venezia Giulia-Tigr, del Partito comunista di Slovenia-Kps e degli uomini di chiesa, dopo gli arresti e le purghe del 1940, quando furono imprigionati circa 40 giovani, e sotto la direzione del Kps e del Fronte di liberazione, il primo comitato cittadino della quale è stato fondato nel dicembre 1941. Dopo la liberazione del 1945, il Trgovski dom per adeguarsi ai tempi mutò nome in Ljudski dom. A Gorizia seguì un clima teso a causa dei colloqui diplomatici sulla futura delimitazione. Si susseguirono le manifestazioni di due movimenti contrapposti. Gruppi italiani spaventavano gli abitanti sloveni. Tali mosse ebbero troppe volte il silenzioso sostegno dell’Amministrazione militare alleata. Sui muri della città comparvero le liste di sloveni (oltre trenta nomi) che avrebbero dovuto trasferirsi dal lato jugoslavo del territorio temporaneamente delimitato, altrimenti si sarebbero fatti i conti con loro fisicamente. Nel mirino finirono uffici privati e negozi sloveni. Testimonianza degli avvenimenti nel 1947 Alfred Šuligoj allora non aveva ancora dieci anni. Mentre giocava nei pressi della piazza Na Kornu (De Amicis) venne a sapere da passanti che una moltitudine di persone stava scassinando i negozi di proprietà dei commercianti sloveni. Con un amico andò in piazza e vide come un gruppo di estremisti nazionalisti rubasse merce dal negozio di Peter Čermelj. Avanti ad esso una moltitudine raccoglieva tutti gli oggetti possibili, addirittura i bambini portavano via dolciumi, conserve e cibo confezionato. Qualcuno portava via l’orologio che svettava nel negozio. Non si trattò solo di un furto, ma anche di un’intimidazione degli sloveni affinché lasciassero la città perché in essa comandassero solo gli italiani. Così si sarebbe dimostrato al pubblico mondiale che Gorizia è solo italiana. Da davanti al museo osservarono come in via Carducci-Gosposka ulica un’altra banda di rapinatori assaltasse il negozio di Vladimir Mlakar. Sulla via comparve una pozzanghera di olio, zucchero, farina, salsa di pomodoro, vino, aceto e altri prodotti alimentari. Lo stesso destino toccò al negozio di Maraž e così pure ad altri. La polizia non mediava. Tra i bambini radunati si crearono due gruppi – uno italiano e uno sloveno. Iniziarono a offendersi: gli uni «Bruti s’čavi titini!», gli altri invece «Oppi, galoppi – Balilla magna topi!». Tra le offese saltò fuori dal museo un gruppo di cercazuffe italiani, prese i bambini sloveni e li chiuse in cantina sulla scorta di carbone. Lì rimasero fino a tarda sera e tramite le bocche di areazione dovettero ascoltare minacce. Iniziò un nuovo periodo di deetnicizzazione col sostegno degli alleati occidentali. Non aiutava niente la comune battaglia durante la seconda guerra mondiale. Alcune famiglie, malgrado l’intimidazione, rimasero a Gorizia, altre optarono per la Jugoslavia e si trasferirono. Per cui non solo alcuni si sono trasferiti dal Collio sloveno in Italia, ma un flusso di persone è partito anche nel senso opposto. La famiglia di Alfred si è trasferita a Šempeter. Torniamo al Ljudski dom. Il settimanale Soški tednik il 17 agosto 1946 scriveva: «La polizia militare verso le 11.30 del mattino ha provato a irrompere nell’edificio del Ljudski dom. Siccome non è riuscita a buttare giù il portone principale con la jeep, ha fatto irruzione nell’edificio dalla porta posteriore. Ha arrestato il segretario dell’Unione antifascista italo-slava-Siau per la zona di Gorizia e un membro dello stesso comitato. Li ha trasferiti alle prigioni di Gorizia. Nel frattempo assalitori fascisti, protetti dalla polizia civile hanno gettato pietre alle finestre del Ljudski dom e insultato gli antifascisti gridando che avrebbero incendiato il Ljudski dom» Nel pomeriggio seguì un’altra irruzione, con l’arresto di attivisti sloveni. Il 6 novembre, due giorni dopo la festa di annessione italiana, l’amministrazione militare alleata espulse con decreto dalla struttura le organizzazioni slovene e antifasciste. Per la seconda volta in vent’anni – cioè, commemoriamo oggi il 70-esimo – gli sloveni di Gorizia si trovarono di nuovo senza un tetto sulla testa: la prima volta a causa dei fascisti, la seconda altrettanto, tuttavia con la connivenza di Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. La seconda deportazione e contemporanea furia antislovena con tanto di rogo di libri e archivio fu anche ripresa dalla polizia militare britannica e l’avvenimento è visibile in due film di alcuni minuti. Con grande distanza temporale dagli attacchi descritti, nel centesimo d’inaugurazione del Trgovski dom si è svolta in Korzo-Corso Verdi una manifestazione collettiva. Con delega dei promotori l’ho coordinata il 27 novembre 2004, con la richiesta di restituzione dell’edificio a uno scopo esteso in accordo con quanto determinato dalla legge di tutela 38 del 2001. Nell’ultimo periodo quanto previsto viene realizzato in modo estremamente rallentato…
 Aldo Rupel (Primorski dnevnik, 4. 11. 2016)
http://www.dom.it/wp-content/uploads/2016/12/Slovit-novembre2016-n-10.pdf

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