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6 feb 2018

La lingua dell’amore


La prima domenica dell’anno, il 7 gennaio, abbiamo celebrato il Battesimo di Gesù ed anche il nostro battesimo, che da Lui prende forza ed esempio. Per quella occasione, il Papa ha battezzato, nella cappella Sistina, 34 neonati. Riferendosi compiaciuto al loro concerto e richiamando i genitori al loro compito insostituibile di educatori nella fede, in un felice passaggio, così si è espresso: «Vorrei dirvi una cosa che tocca a voi: la trasmissione della fede soltanto si può fare in dialetto. Poi verranno i catechisti a sviluppare questa prima trasmissione con idee, spiegazioni. Ma non dimenticatevi questo: si fa in dialetto e se manca il dialetto, se a casa non si parla quella lingua dell’amore, la trasmissione non è tanto facile, non si potrà fare. Non dimenticatevi che il vostro compito è trasmettere la fede, ma bisogna farlo col dialetto dell’amore, di casa vostra, della famiglia». Questo dialetto dell’amore familiare, il nostro sloveno, si parla ormai in poche famiglie, anche se c’è qualche ritorno qua e là, a forza di richiamare il ricordo della nostra casa. Sono ormai decenni che questa sapiente e ricca abitudine è scomparsa, ma noi dobbiamo farla rivivere. Insegnare ai bambini in una lingua imparata, magari male, è un disastro difficilmente riparabile. A questo riguardo, mi vengono in mente alcuni ricordi infantili, che accompagnano la mia vita e mi fanno, insieme, sorridere e gioire. Avrò avuto quattro o cinque anni, ed ogni mattina, quando la mamma veniva a svegliarmi, pregava con me. Una mattina ero particolarmente capriccioso e non volevo pregare a nessun costo. La mamma, paziente, mi diceva: «Pogled’ Jezusa, kuo mole rad z njega mamo an tat» (Guarda Gesù come prega volentieri con sua mamma e papà). Sopra il letto, sulla parete, c’era un bel quadro con Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù. Io levo la testolina e guardo il quadro ed esclamo: «Mama, mama, glej, kakuo Jezus mole; bom molù an ist z njim» (Mamma, vedi come Gesù prega; pregherò anch’io con lui). Mi sembrava, in realtà, che Gesù muovesse le labbra ed io ero rimasto incantato, come solo i bambini possono esserlo. Ovviamente parlavamo e pregavamo in sloveno, la lingua materna, cioè quella dell’amore. Un altro episodio infantile mi ritorna spesso in mente. Sempre all’età di cui sopra, mi trovavo in campagna con mio papà, nella zona che porta a Kot. Il papà tagliava le legna e io guardavo la diversità delle piante e degli arbusti. E gli domandai: «Tata, kuo j’ tiste, de je tarkaj dreves, an vsake sorte, duo jih je vsadìu?». E lui mi rispose: «Buog je poklicu angelce an jim je jau: vzamita ‘an cedin, ložita sienje an gor na anj usujta pepeu an potlè splujta an varzita sienje po sviete, an takuo sienje je veliezlo an zraslo takuo, ki videš». Questo è stato il dialetto dell’amore dei mei genitori; rimane anche il mio, non privo di affetto e riconoscenza per chi l’ha vissuto con me e per me.(Marino Qualizza)

 da http://www.dom.it/jezik-ljubezni_la-lingua-dellamore/#

2 commenti:

  1. Cara Olga, si leggono molto volentieri post come questo!!!
    Ciao e buona serata con un forte abbraccio e un sorriso:-)
    Tomaso

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  2. Un evento molto importante della nostra vita
    Buongiorno,silvia

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