RESIA - REZIJA

 «Vogliamo una Resia viva, la nuova scuola è una priorità»
Intervista al sindaco di Resia, Anna Micelli Quarantacinque anni, dipendente dell’Azienda territoriale per l’edilizia dell’Alto Friuli, in passato educatrice in varie strutture pubbliche, è stata per sette anni presidente della Pro loco Val Resia. Nel maggio dello scorso anno è stata eletta, con il 64,40% dei voti, sindaco di Resia. La lista che l’ha proposta si chiama Vota Resia, e Resia l’ha votata. Anna Micelli non è certo un volto nuovo, per i resiani, nell’attività sociale di una comunità che conta poco meno di mille abitanti e che come tante affronta i problemi tipici delle zone di montagne. Ma di certo la sua elezione e il lavoro che sta compiendo, assieme al ‘gruppo di lavoro’ che spesso cita in questa intervista, segnano un cambio abbastanza netto rispetto alle amministrazioni che l’hanno preceduta. Quando ci siamo accordati per l’intervista mi ha detto che queste sono giornate complicate. A causa del coronavirus? «Anche, perché siamo una realtà piccola ma dobbiamo comunque tenere conto delle varie ordinanze e delle diverse implicazioni che comportano, preparandoci a qualsiasi tipo di scenario. Quello che ci tiene in questo periodo occupati è però anche la predisposizione del progetto preliminare della nuova scuola. Gli accertamenti sulla staticità dell’attuale edificio hanno dato valori non soddisfacenti per le normative attuali, tra ristrutturarlo o creare una nuova scuola abbiamo scelto questa seconda ipotesi». Avete già dei finanziamenti per la realizzazione dell’opera? «Non ancora, ma ci stiamo lavorando. La riteniamo un’opera importante. Abbiamo una visione della valle che deve essere viva, che guarda al futuro andando oltre la valorizzazione della nostra storia, della cultura, delle tradizioni. L’edificio attuale è stato costruito dopo il terremoto del 1976 e inaugurato nel 1980. Era pensato per ospitare 180 alunni, oggi ce ne sono una cinquantina. Ma sono comunque importanti, per altro è un numero in linea con l’andamento demografico regionale. Una valutazione nostra, che era anche dell’amministrazione precedente, era quello di pensare a un nuovo tipo di scuola». In che senso? «Nel senso che oltre al pacchetto di offerta formativa normale vorremmo unirne uno legato al contesto naturale in cui viviamo, anche per la presenza del Parco delle Prealpi Giulie, e a quello linguistico e culturale. Per dare vita a quella che potrebbe veramente essere definita la ‘scuola di montagna’. Bisogna tenere conto della nostra realtà, del fatto che qui non è facile muoversi come in pianura, e che quindi la nostra scuola dovrebbe essere sostenuta e potenziata al di là dei numeri». Lei in gennaio ha partecipato, per la prima volta come sindaco, all’incontro a Caporetto tra amministratori confinari. Che impressione ne ha avuto? «Intanto devo dire che nel 2020 non credo abbia più senso parlare di confini. Questi luoghi un tempo sono stati teatro di guerre, di eventi tragici, oggi dobbiamo lasciare alle spalle tutto questo e pensare al futuro, e farlo trovando un’unione di intenti. Abbiamo bisogno di azioni positive, e momenti come quelli di Caporetto, dove si può parlare assieme di queste cose, sono quindi importanti». Resia vuol dire resiano, per alcuni lingua a sé stante, per altri dialetto che ha come riferimento la lingua slovena. Con la sua amministrazione si è notata una maggiore attenzione all’uso corretto della grafia, così come fa piacere ricevere comunicati stampa del Comune anche in resiano, grazie allo sportello comunale. «Vede, io so chi sono, la mia identità è chiara, tutto quello che appartiene al mio essere di casa qui a Resia è chiaro. La questione legata alla legge di tutela della minoranza slovena qui da noi ha avuto molti travagli. Io la vedo come un’opportunità, ma soprattutto come amministratori, come gruppo di lavoro, sentiamo la necessità di metterci attorno ad un tavolo per confrontarci. Le persone che provano amore per Resia non concepiscono che si gestisca questa questione come uno scontro, senza rispetto per le idee altrui. Credo poi anche che i problemi reali della nostra valle siano altri».Non è difficile immaginare quali, per altro comuni alle vallate del Natisone e del Torre. «Sì, il problema vero rimane la sopravvivenza dell’uomo. Mi torna spesso in mente la frase attribuita a Maria Antonietta durante la Rivoluzione francese, quando rivolgendosi al popolo affamato disse: “Se non hanno più pane che mangino brioche”. Se non ci sono persone nella valle, non possiamo essere portatori dell’identità resiana. Le generazioni precedenti hanno vissuto questa identità spesso con un senso di vergogna, ora credo che siamo passati all’opposto, dobbiamo valorizzare il nostro patrimonio culturale. Il nostro obiettivo, come gruppo di lavoro, è creare una Resia viva, mediando tra ciò che siamo stati, che siamo e quello che vogliamo essere». M. O. (Novi Matajur, 11. 3. 2020)
Da Slovit

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