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04 gen 2017

Antonini: sloveni «una accozzaglia senza nome e tradizioni patrie»

L’ANNIVERSARIO
A 150 anni dall’annessione del Friuli e della Slavia al Regno d’Italia con il plebiscito del 21 e 22 ottobre 1866
«Fu creduto che gli abitanti della valle di Resia parlassero un idioma Serbico, però il Dobrowsky pose ormai in sodo essere il dialetto de’ Resiani una mistura di sloveno della Carinzia e di voci italiche»
Giorgio Banchig
Confini naturali, plebisciti o consensi taciti delle popolazioni erano le norme che, secondo lo storico e politico friulano Prospero Antonini, dovevano regolare la definizione delle nuove frontiere in Europa.
In teoria si trattava di un ragionamento che non faceva una piega, ma la storia aveva da secoli stravolto questi principi con la presenza di consistenti gruppi linguistici entro i confini «naturali» d’Italia e di altri stati. Antonini ne era cosciente e conosceva bene la situazione del suo Friuli, ma addossava al governo di Vienna la responsabilità di enfatizzare, con il fine di «usurpare le ragioni imprescrittibili della nazionalità italiana», la presenza a volte di «appendici di provincie tedesche», a volte di «espansioni di contrade slaviche abitate da strani ed anfibi miscugli di ibridi volghi, da una accozzaglia senza nome, priva di tradizioni patrie e di idioma scritto» ( Il Friuli Orientale, cit., pp. 11-12).
Nella nostra narrazione abbiamo già sottolineato il forte senso di superiorità, prossimo al razzismo, che dominava il pensiero e la politica savoiardo-piemontese in particolare nei confronti delle popolazioni meridionali. Ora dobbiamo constatare che quel morbo si era ben presto diffuso anche in Friuli dove ad essere presi di mira erano soprattutto gli sloveni. Anche se in alcune aree essi erano in maggioranza, andavano considerati un accidente, una fastidiosa eccezione che non poteva intaccare la connotazione italiana della regione o la superiorità etnica e morale degli italiani. «Le sole plebi rustiche delle valli Giulie e della Carsia comunemente fanno uso di rozzi vernacoli sloveni; laonde dette plebi colla loro numerica superiorità non potrebbero mai distruggere il primato etnico spettanti agli abitanti di favella italica, i quali moralmente, se non materialmente, prevalgono a tutti gli altri» (Ivi, p. 614). E più avanti Antonini rincarava la dose: «E i pianigianini non tanto perché in generale assai manco incolti ed agresti de’ montanini, quanto per tradizione e per quel concetto nelle razze latine quasi istintivo di una certa quale superiorità e prevalenza in riguardo a tutte le altre razze, pare si considerino alcuna cosa di più nella gererchia sociale de’ loro vicini di lingua e di schiatta slovena con cui sdegnano accomunarsi; qualche cosa di meglio degli Sclavi semi-barbari…» (Ivi, p. 617). «A considerare per contro l’indole morale [degli sloveni], pare difettino di quella energia di carattere, di quella pronta e perspicace intelligenza onde appariscono in generale i Friulani di razza latina» (Ivi, p. 618).
Antonini teorizzava la supremazia dei friulani, anche incolti, dovuta non solo alla cultura e alla lingua, ma anche al loro sentirsi più elevati dei loro conterranei sloveni, i quali, oltre ad essere inferiori e deboli di carattere, erano anche… stupidi. Pur comprendendo la temperie del momento e la foga nella ricerca delle necessarie motivazioni per legittimare l’allargamento dei confini d’Italia, come definire queste conclusioni se non dettate dall’ideologia razzista, intesa (cfr. www.treccani.it/vocabolario/ razzismo) come «teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente “superiori”, destinate al comando, e di altre “inferiori”, destinate alla sottomissione»?
Ma, a differenza degli odierni pseudostorici e pseudolinguisti, Prospero Antonini conosceva bene le origini e l’identità degli sloveni della provincia di Udine: non erano un’isola linguistica autoctona – cosa che peraltro avrebbe inficiato la teoria dell’italianità storica del Friuli –, ma una penisola dello stesso popolo sloveno presente al di là del confine. Antonini non vedeva nessuna differenza tra gli sloveni di Resia, delle valli del Torre, del Cornappo e del Natisone e quelli della valle dell’Isonzo e della Carniola, come veniva allora chiamata la Slovenia centrale. Secondo lo storico friulano questa era la loro origine: «varie tribù nomadi Vindo-Sloveniche della Carinzia e della Carniola, andando in traccia di pascoli per le loro mandre, superate poco a poco le vette Giulie, calarono in Italia, poi alla spicciolata ed alla ventura, qua e là sparpagliandosi. […] Questa l’origine delle colonie Slovene, a cui l’Italia diede ospitale ricetto fino dal sesto secolo sopra le prealpi Giulie, sugli altipiani del Carso, nelle valli del Timavo superiore, del Frigido [Vipacco], dell’Idria, dell’Isonzo, del Natisone, del Turro [Torre], della Resia e ciò spiega perché nelle cronache del medio evo spesso le Giulie si trovavano indicate colla denominazione di alpi di Schiavonia, di monti Sclabonici» ( Il Friuli Orientale, cit., p. 67). Pertanto, nessuna soluzione di continuità tra gli sloveni della provincia di Udine e quelli delle regioni confinanti coi quali erano affini anche per la lingua usata: «Que’ parlari imbastarditi e corrotti si accostano più o meno ai linguaggi trasalpini che slovenzi, carentani e vindi soglionsi denominare. Fu creduto da molti che gli abitanti della valle di Resia parlassero un idioma Serbico; però il Dobrowsky giovandosi del Dizionario vindico di Osvaldo Gutsmann pose ormai in sodo essere il dialetto de’ Resiani una mistura di sloveno della Carinzia e di voci italiche» (Ivi, p. 226; il vocabolario citato è il Deutsch-windisches Wörterbuch, Klagenfurt 1789).
Questi sloveni dei monti Sclabonici erano, dunque, «colonie straniere in Italia […] inserti e propaggini di nazioni confinanti allargate nel territorio che geograficamente spetta all’Italia», come sentenziava anche l’Annuario statistico italiano del 1858 citato da Antonini.
Per lo storico e politico friulano le presenze degli sloveni in Friuli erano «anomalie etniche come non interrotti, né isolati spandimenti delle contigue popolazioni Vindo-Slovensche tramontane». Questo fatto, però, non deve far valere «il principio etnico, che è fittizio, sopra il geografico che è naturale» (Ivi, p. 519).
Ma «le anomalie etniche, le accidenze, le eccezioni transitorie» scompariranno, sentenziava Antonini, grazie a «quella legge cosmica in virtù della quale i corpi minori devono sottostare alla potente attrazione delle grandi masse» e gli sloveni «senza dimenticare la loro favella, apprenderanno la nostra e verranno mano mano adottando le costumanze della nazione che li ospita sopra un territorio che a lei per divino diritto spettante» (ivi, p. 520).
Affermata la supremazia della razza italo-friulana su quella slovena, bisognava stabilire quali erano i «confini naturali» del Friuli e quindi dell’Italia. Antonini nel citato volume Del Friuli (1873) li descriveva così: «I suoi limiti naturali sono al Nord le Alpi Carniche e le Giulie; all’Est le valli dell’Isonzo, e del fiume Frigido o Vipaco, i poggi della Carsia inferiore, e le fonti del Timavo; al Sud il mare Adriatico; ad Ovest la valle superiore del Piave, i monti che ne circoscrivono il bacino, e la Livenza dalle sue sorgenti al mare» (p. 2). (21 - continua)
Emergeva un senso di superiorità vicino al razzismo

Nella foto: la cartina di Kozler del 1853.

1 commento:

  1. Antonini: sloveni «una accozzaglia senza nome e tradizioni patrie»

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