6 feb 2014

 da http://www.diecifebbraio.info/
"Fu l'Italia fascista ad aggredire la Jugoslavia"
Chi ha avuto,ha avuto,chi ha dato,ha dato?
Negli anni della Guerra fredda si è tentato di stravolgere la storia.Con una campagna martellante,a senso unico e invasiva è stata costruita l'immagine degli Slavi-jugoslavi-che con ogni mezzo tentavano di rubare il Friuli.
  Molti ci hanno creduto,anche perchè dovevano credere.
  Il manifesto che qui riproduciamo ricorda la dura realtà:fu l'Italia fascista che aggredì la Jugoslavia,senza ragione.Quindi, dopo essersi accordata con i nazisti tedeschi,si prese metà della Slovenia,chiamandola Provincia di Lubiana.
A fine conflitto nessun criminale pagò per le atrocità che commisero,compreso l'Alto commissario Emilio Grazioli.
                                                                                                                                            B.F.

fonte:tratto interamente dal Novi Matajur del 5 febbraio 2014

Divieto del 1942 di uscire dalla città di Lubiana.
da http://it.wikipedia.org/wiki/Provincia_di_Lubiana

5 feb 2014


Emergenza maltempo nelle Valli del Cornappo: Plestišča e Prosnid isolati per diversi giorni 
Il Comune di Tipana ha richiesto l’intervento della Protezione Civile di Palmanova per togliere dall’isolamento le frazioni di Plestišče e Prosnid. Da venerdì 31 gennaio il fenomeno della galaverna ha reso rischiosi gli spostamenti dai paesi, manca spesso l’elettricità e anche la rete telefonica mobile ha avuto momenti di black-out.
Il vicesindaco di Taipana Fabio Michelizza ha fatto sapere che nella giornata di domenica sono intervenute sei squadre di volontari della Protezione Civile del Distretto Val Torre per tentare di mettere in sicurezza almeno i tratti di strada più a rischio. “Abbiamo dovuto rinunciare – ha detto con preoccupazione il vicesindaco –, gli alberi continuavano a cadere e qualsiasi operazione risultava troppo pericolosa. Abbiamo così richiesto l’intervento della Protezione Civile di Palmanova affinché i responsabili regionali si rendessero conto di persona dello stato di emergenza: c’è grave rischio per l’incolumità dei cittadini. Diversi sono i tratti di strada resi pericolosi dalla galaverna, anche quelli da Campo di Bonis a Montemaggiore e da Sant’Antonio a Zore. Abbiamo consigliato ai cittadini di Platischis, Montemaggiore e Prosnid di rimanere a casa e di non spostarsi fino a che perdura questa situazione”.
Dopo il sopralluogo di lunedì 4 da parte dei tecnici della Sala Operativa della Protezione Civile di Palmanova e del Corpo Forestale, sono stati installati due generatori per fornire energia elettrica a Plestišče e Prosnid e si è dato avvio a un deciso intervento di pulizia dei cigli delle strade e allo spargimento di sale sulla viabilità locale interrotta a causa del ghiaccio. Rimane però ancora in vigore l'ordinanza del sindaco che vieta il traffico veicolare sulle strade per Platischis e Prossenicco.
“L’amministrazione di Taipana – spiega Michelizza – aveva già da tempo segnalato alla Protezione Civile la necessità di ripulire i bordi delle strade che collegano i paesi della valle che si trovano più in alto e dove il fenomeno della galaverna non è raro. Tuttavia le nostre segnalazioni non sono state prese in considerazione. Speriamo che ora vengano presi tutti i provvedimenti del caso perché questa situazione di grave pericolo non si ripresenti più”.

Drago Ivanović e i partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana


La vicenda de “i campi del duce” (come il titolo del libro di Spartaco Capogreco) in cui vennero internati più di 100 mila jugoslavi è ancora poco conosciuta. Pochi gli storici che se ne sono occupati, scarsa l'attenzione dei media rispetto ad altri episodi della guerra mondiale. Ma ancor meno indagata è la sorte dei prigionieri “slavi” successiva all'8 settembre 1943. A raccontare questa parte poco studiata della storia italiana è una recente pubblicazione di Andrea Martocchia, presentata il 29 gennaio a Udine al convegno su “I campi di concentramento fascisti”.
Con “I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana” (edizioni Odradek, 2011) l'autore ricostruisce dettagliatamente il ruolo, a suo dire determinante, che ebbero gli ex-internati deportati dai Balcani nello sviluppo della Resistenza nel centro-sud della penisola. La maggior parte dei 150 campi di internamento (la stima di Martocchia) in cui vennero rinchiusi si trovava infatti nel centro-sud Italia. Dopo l'armistizio, ha ricostruito Martocchia, “la maggior parte degli ex-prigionieri jugoslavi si unì alla Resistenza italiana sebbene sembra siano spariti dalla Storia”. Pagando nella lotta di liberazione un pesante tributo di sangue: “secondo i dati che abbiamo raccolto – le parole dell'autore - almeno 1800 jugoslavi persero la vita o risultano dispersi negli scontri con i nazi-fascisti.” Alle formazioni partigiane italiane - ha spiegato Martocchia – gli ex prigionieri jugoslavi fornirono un importante supporto sia dal punto di vista militare (alcuni degli ex-internati avevano già preso parte alla Resistenza jugoslava) sia dal punto di vista politico: in molti avevano infatti aderito prima della deportazione alla lega della Gioventù comunista jugoslava.
Formazioni e combattenti jugoslavi, ha spiegato Martocchia, furono attivi soprattutto in Toscana, in Puglia (una zona strategica anche per i contatti con la Resistenza nella penisola balcanica) e sulla dorsale appenninica tra Marche, Umbria e Lazio. Quest'ultima era considerata (anche dallo stesso Mussolini) una zona altamente strategica. Il fenomeno del “ribellismo” riuscì infatti a “tagliare” i collegamenti fra la pianura padana e Roma. Emblematica, anche per il ruolo degli ex-internati Jugoslavi, la costituzione della Zona libera di Cascia definita da Martocchia come “il primo territorio liberato dalla Resistenza Italiana”. Raggiunse, il 16 marzo del 1944, i mille km² di estensione, ma la cittadina di Norcia (a nord della zona libera) risulta liberata già dal febbraio dello stesso anno. In questa zona ebbero un ruolo fondamentale i due battaglioni formati dagli jugoslavi e denominati Tito I e Tito II.
Poco più a Nord, circa mille jugoslavi (perlopiù Montenegrini) erano stati rinchiusi nel campo di Colfiorito (PG), in molti dopo l'armistizio si unirono alla Resistenza. Fra questi anche Dragutin Velišin Ivanović detto Drago (classe 1923) che è stato protagonista di uno degli interventi più applauditi del convegno di Udine. Ha raccontato come dopo la cattura (nel maggio del 1942 per via della sua adesione alla Resistenza) sia stato internato in Albania. Da lì è stato deportato prima in Montenegro, poi in Puglia e infine a Colfiorito da cui, insieme ad altri connazionali, è riuscito a fuggire il 22 settembre 1943.
Ivanović ha testimoniato come sin dai tempi trascorsi in prigionia fosse stato protagonista di diverse forme di lotta organizzata insieme agli altri internati. Dopo la fuga si è unito, già nell'ottobre del 1943, alla Resistenza italiana che operava sugli Appennini fra Marche, Umbria e Abruzzo. La testimonianza storica di Ivanović si mescola poi, nel racconto, alle memorie personali: commovente il ricordo della sua “mamma italiana”, una contadina abruzzese da cui si è sentito adottato. La donna aveva un figlio che combatteva con i nazi-fascisti. In un'occasione, a guerra ancora in corso, il figlio della donna ha fatto ritorno a casa; allora ha incontrato anche Ivanović che – ha raccontato – non se la sentì di salutarlo. La donna però ruppe l'imbarazzo abbracciando entrambi, felice di avere entrambi i “figli” riuniti a casa.


4 feb 2014

Vignetta della Nadiška dolina Valli del Natisone

C'è più tempo che vita
dal  quindicinale dom
disegno di 
Šiman

Idee 98: bilinguismo creativo. Perché due lingue sono meglio che una

Con 830 lingue parlate (il 10% delle lingue parlate nel mondo) la Papua Nuova Guinea è di gran lunga il paese con la maggior diversità linguistica. Seguono l’Indonesia, con 719, il Sud Africa con 514 e l’India con 438. Per la Repubblica e l’Economist, in Italia si parlano 33 lingue diverse (secondo i dati attualmente pubblicati da Ethnologue sono invece 36)
Ma il dato più interessante della tabella sul multilinguismo pubblicata sull’Economist è il Greenberg Diversity Index, che misura, paese per paese, la probabilità che due abitanti condividano una stessa lingua su una scala da 0 (nessuna diversità, tutti parlano la stessa lingua) a 1 (massima diversità).
Nel mondo globalizzato e iperconnesso, a far sì che le persone non imparino lingue diverse da quella natale sono due fatti diametralmente opposti: da una parte c’è la marginalità dei villaggi rurali della Papua Nuova Guinea, dall’altra la centralità delle nazioni anglosassoni, il cui passato (ma ora meno diffuso) atteggiamento sbrigativo nei confronti delle lingue straniere trova la sua espressione più estrema nelle parole di Lawrence SummersEnglish’s emergence as the global language, along with the rapid progress in machine translation and the fragmentation of languages spoken around the world, makes it less clear that the substantial investment necessary to speak a foreign tongue is universally worthwhile.Avete capito di che Summers si tratta no? È l’ex rettore di Harvard, quello noto per aver sostenuto, negli anni Novanta, che scaricare rifiuti tossici nei paesi in via di sviluppo corrisponde a un’impeccabile logica economica. E per aver affermato, nel 2005, che le donne hanno scarsa attitudine alla scienza (Summers è stato poi sostituito, alla guida di Harvard, da Catherine Drew Gilpin Faust,  il primo rettore donna nei trecento anni di storia dell’università).
Eppure perfino il buon Summers, forse, potrebbe trarre profitto dall’imparare un po’ di cinese, di francese, di spagnolo o d’italiano (tuttora, secondo la Farnesina, fra le cinque lingue più studiate del mondo).
È ancora l’Economist a promuovere il bilinguismo: in sostanza, le persone che parlano due lingue sono più flessibili perché possono applicare strategie diverse di pensiero. I bimbi esposti dalla nascita a più lingue fanno qualche confusione all’inizio, ma già verso i quattro anni sanno districarsi perfettamente. Il rischio che abbiano un vocabolario ridotto è limitato al periodo infantile, mentre i vantaggi sono rilevanti, dimostrati, e durano per tutta la vita: i bambini bilingui sono più precoci nel prendere decisioni e nel portare a termine compiti complessi.
Il San Raffaele conferma: il bilinguismo regala anche creatività, capacità di concentrazione, fiducia in se stessi, attitudine a capire gli altri e a prendere buone decisioni in tempi brevi e con sforzo minore.
Sembra anche – questo lo dice una ricerca pubblicata su Neurology – che sapere due lingue allontani di quasi cinque anni il rischio di Alzheimer indipendentemente da ogni altra variabile (istruzione, sesso, occupazione). Inoltre le persone bilingui hanno una gamma comportamentale più ampia e possono, cambiando lingua, arrivare a cambiare personalità, come racconta questo grazioso articolo uscito su La Voce di New York.
Il Telegraph elenca i sette vantaggi dell’essere bilingui: si diventa più brillanti e più abili nel multitasking, la memoria e la percezione migliorano così come la sensibilità linguistica e la capacità di decidere razionalmente. E, infine, c’è quella faccenduola dell’Alzheimer.
Tutto ciò, ovviamente, c’entra men che niente con l’abuso del detestabile itanglese. Parlare due lingue non vuol dire buttare nel frullatore del discorso parole straniere a casaccio, e spesso a sproposito, solo perché appare così moderno.
L’immagine che illustra questo post è il dettaglio di un lavoro di Alberto Seveso.
Questo post è uscito anche su internazionale.it. 

3 feb 2014

La dura vita dei minatori friulani-težko življenje rudarjev iz Furlanije in Benečije

foto da Google
Il Belgio, il cuore dell’Europa, ha rappresentato, da sempre, una meta ambita per gli emigranti italiani. Infatti, abbiamo documenti che risalgono al Rinascimento, che testimoniano la presenza di alcuni banchieri italiani in questo piccolo stato. L’emigrazione in Belgio continuò ed iniziò ad incrementarsi dopo la fine della prima guerra mondiale, quando il Belgio iniziò a richiedere della manodopera per le miniere della Regione della Vallonia, in seguito ai troppi morti durante la guerra. Diversi furono i giovani italiani che diventarono minatori in Belgio, provenienti, per la maggior parte dal Veneto e dal Friuli-Venezia Giulia. 
Tra il 1946 e il 1960 arrivano in Belgio quasi mezzo milioni di italiani
L’emigrazione verso il Belgio del secondo dopoguerra rappresentò uno sbocco occupazionale per migliaia di italiani. Le miniere del Belgio insieme alle miniere francesi attrassero difatti migliaia di italiani. Il carbone del Belgio, in quegli anni di contingentamento delle risorse energetiche, era fondamentale per la ricostruzione post bellica. Accanto alla possibilità di avere un'occupazione, restavano però taciute le condizioni di vita dei minatori e la bassa remunerazione del loro lavoro. 
L’emigrazione più massiccia avvenne nel 1946, in seguito ad un accordo bilaterale tra il nostro Paese e il Belgio. Questo accordo, siglato il 23 giugno 1946, stabiliva un trasferimento di 50.000 operai, provenienti da tutta Italia, di un’età inferiore ai 35 anni, i quali ottenevano un contratto, generalmente di un anno; l’Italia, in seguito a questo trasferimento, avrebbe avuto, da parte del Belgio, il trasferimento di 200 kg di carbone quotidianamente. La notizia, di questa opportunità di lavoro, venne accolta molto favorevolmente da tanti giovani italiani, che uscivano stremati da una guerra che era costata decisamente troppo al nostro Paese e che lasciava dietro di sé tanta povertà e tanta fame. Tra il 1946 e il 1960 arrivarono in Belgio quasi mezzo milioni di italiani. Si tratta del più grande fenomeno migratorio che il Belgio abbia mai conosciuto.
La selezione dei lavoratori in italia
I lavoratori, venivano selezionati in tutta Italia, poiché le richieste venivano fatte dal Ministero del Lavoro, a seconda dei bisogni che provenivano dal Belgio. I candidati dovevano superare anche una serie di visite mediche, che dimostravano l’idoneità a svolgere quel genere di lavoro, la prima nella loro città, la seconda all’Ufficio Provinciale del Lavoro della propria Provincia. Dopo aver superato questa selezione, i giovani dovevano andare a Milano, al Centro per l’Emigrazione, e se venivano giudicati idonei anche qui, potevano partire direttamente, in treno, diretti per il Belgio. La maggior parte dei giovani, emigrati in questo periodo, erano di origine meridionale, in particolare provenienti dalla Sicilia. Nella regione della Vallonia, vive ancora oggi una consistente comunità di origine meridionale e siciliana. 

Emergenza ghiaccio a Taipana/Tipana pod ledom

Maltempo Friuli: fiumi sotto il livello di guardia

Maltempo a Taipana. Bloccata la strada Subit-Prossenicco. E' in corso un incontro con la Protezione Civile di Attimis. A Platischis pare non ci siano né luce né telefono.

Anche nelle Valli del Natisone si è verificato il fenomeno della galaverna.

Contea di Tribil Superiore: Galaverna eccezionale a Tribil!!!: Quest'anno la neve praticamente non è arrivata nella Contea di Tribil, ma in compenso la galaverna ha stupito con circa 10-15mm di ghi...

per sapere che cos'è la galaverna vai qui:http://it.wikipedia.org/wiki/Galaverna

http://www.udinetoday.it/

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