11 set 2015

Un po' di Resia - Rezija

Oggi su Rai regionale FVG ho ascoltato un bellissimo servizio su Resia .Sono intervenuti alla trasmissione il sindaco di Resia,Sandro Quaglia e un'altra persona.Si è parlato del sentiero di Matteo e delle fornaci di calce.
Le fornaci di Resia
Le fornaci servivano per cuocere la calce usata in edilizia ,nelle stalle e per disinfettare i muri,per disinfettare i parassiti degli alberi da frutto. Si trovano sparse nel territorio vicino ai paesi e negli alpeggi.I fornaciai trovavano il materiale(calcari) nel greto dei torrenti,poi venivano messi a cuocere nella fornace per alcuni giorni senza interruzione (giorno e notte).I calcari una volta cotti ,venivano lasciati raffreddare in fornace .Concluso il raffreddamento venivano venduti o usati .La calce veniva spenta in vasche o fosse che si trovavano nei cortili.Le fornaci attualmente abbandonate,sono state usate fino agli anni 50'.In alcune l'interno è ben conservato,sono visibili le mura costruite con i grossi sassi squadrati.
 immagine e testo tratto da http://www.resianet.org/site/le-fornaci/
Il sentiero di Matteo
Il percorso denominato “Sentiero di Matteo”  è stato ideato per rendere omaggio alla memoria Matteo Mazzoni che, nell’estate del 2008, perse la vita sulle pareti del Monte Canin.
Quattro mesi di intense e disperate ricerche hanno cementato una grande amicizia tra i genitori di Matteo e la comunità di Stolvizza che ha dato vita a questa iniziativa per ricordarlo nel tempo. Il percorso ha una lunghezza di 15 km circa e, per la  distanza ed il dislivello,  può essere considerato un itinerario piuttosto impegnativo, anche se non presenta significative difficoltà.

10 set 2015

Un po' di Slovenia dal blog di Sara

Milan Kreslin
Quando gli chiedo di descrivere il suo luogo natio in tre parole, Milan Kreslin rimane perplesso. Mi rendo conto di aver fatto una domanda stupida e di averlo messo in difficoltà, lui che ama parlare e di certo non può racchiudere in sole tre parole tutto il sentimento traboccante che lo lega alla sua terra. Milan Kreslin, padre di Vlado, rockstar slovena di fama internazionale, mi accoglie a casa sua come se fossi una vecchia amica, con quel calore e quella cordialità autentici, senza riserve, che si incontrano in certe persone che hanno alle spalle numerose primavere.
Milan e Katarina Kreslin sul palco del Cankarjev Dom di Ljubljana
Milan e Katarina Kreslin sul palco del Cankarjev Dom di Ljubljana
Alla fine la risposta di Milan alla mia domanda è: la cordialità delle persone, i vicini pronti ad accorrere in aiuto, gli eventi musicali e culturali. Come non dargli ragione? Beltinci, luogo natale di Vlado Kreslin, con i suoi duemila abitanti è poco più che un paese, eppure qui ci sono numerose associazioni culturali, cori, gruppi folkloristici, a testimoniare l’amore per la cultura, la musica e i legami con la tradizione, ma anche la voglia di stare insieme e di divertirsi. Anche se, come diceKatarina, moglie di Milan e madre di Vlado, un tempo la gente si riuniva più spesso: “D’inverno, quando le serate erano lunghe, eravamo ogni sera a casa di qualcuno, a sgranare mais e chiacchierare, raccontare storie, cantare… Insomma, si stava tutti insieme, in compagnia.” Uno stile di vita che oggi è andato perso. “Oggi… ci si rinchiude in casa, si passa il tempo alla TV… A volte mi manca proprio il parlare con le persone,” ci confida Katarina. Ma Milan è più ottimista: “Oggi ci sono tantissime associazioni culturali, cori, eventi… che una volta non c’erano. In ogni paese ci sono uno o più cori, gruppi folkloristici ecc.” E veramente, la musica è onnipresente a Beltinci, un po’ come in tutta la Prekmurska. Quella musica in cui tradizioni slovene si mescolano a quelle ungheresi e croate, musica che ha segnato la vita di Milan, prima, e di suo figlio Vlado poi.
le cicogne (štorklje), simbolo della Prekmurska
cicogne (štorklje) a Beltinci, simbolo della Prekmurska
Idemo naprej, deca! (Andiamo avanti, ragazzi!)” ci esorta Milan in dialetto prekmurski e riprende a raccontare della sua vita: “I miei genitori si trasferirono qui da un paese del Međimurje e acquistarono una trattoria.” Si tratta della “Gostilna Central”, dove Vlado nacque e di cui parla anche in alcune sue poesie, che non era solo un luogo di ristorazione, ma comprendeva anche una sala per eventi culturali. Qui Milan crebbe in mezzo alla musica dei suonatori di paese, ai quali spesso si univa anche suo padre – quella stessa musica a cui Vlado si sarebbe avvicinato più tardi nella sua carriera di cantante.
Milan Kreslin
Milan Kreslin con Luka Ovsec (Mali Bogovi), in concerto a Beltinci
E fu proprio in una sala della Gostilna Central che Milan, poco più che ragazzo, nel secondo dopoguerra ascoltò le prove di un gruppo jazz, formato da alcuni giovani del paese, e si appassionò a questo tipo di musica per lui nuovo. Origliava di nascosto le prove, finché un giorno il sassofonista lo avvicinò e gli disse: “Ragazzo, abbiamo bisogno di una chitarra. Procuratene una e vieni a suonare con noi.” “Una chitarra? Non ne avevo mai vista una da vicino. Da noi i più usati erano gli strumenti a fiato,” ricorda Milan. Ma il desiderio di fare musica era più forte di ogni cosa, e non appena ebbe intascato il suo primo stipendio, Milan lo investì totalmente nell’acquisto di una chitarra nera, di marcaMelodija Mengeš, l’ormai leggendaria “črna kitara” protagonista di una delle canzoni più famose diVlado Kreslin.
Milan Kreslin con la nostra Sara e l'inseparabile črna kitara
Milan Kreslin con la nostra Sara e l’inseparabile črna kitara
Ascoltando Milan mentre parla delle sue vicissitudini giovanili di musicista e guardando i suoi occhi azzurri accendersi quando racconta di quelle esperienze, è facile capire da chi Vlado abbia preso la sua passione per la musica. Ma non solo il padre, anche la madre di Vlado nutrì questa passione fin da ragazzina, quando cantava nel gruppo folkloristico di Beltinci – e fu proprio durante le prove del coro che Milan e Katarina s’incontrarono e s’innamorarono. “Mi piaceva molto fare parte del coro e del gruppo folkloristico,” racconta Katarina. “Abbiamo girato la Slovenia e siamo stati anche all’estero. Per noi all’epoca era un sogno poter viaggiare così e vedere nuovi luoghi”.
Vlado e Milan Kreslin nel giardino di casa
Vlado e Milan Kreslin nel giardino di casa
Ma nonostante il suo amore per la musica, la madre di Vlado inizialmente non vide di buon’occhio quando il figlio decise di abbandonare un lavoro “normale” e dedicarsi totalmente alla carriera di musicista. “Lei voleva che lui si trovasse un mestiere come tutti gli altri, perché diceva che di musica non si può vivere,” racconta Milan. “Ma io lo vedevo fin da bambino come accorreva non appena sentiva della musica, come seguiva il ritmo. Capii che aveva talento e gli dissi: ‘Fa’ ciò che ti rende felice.’ E ho fatto bene, no?
Beltinški grad, il castello di Beltinci cantato da Vlado
Beltinški grad, il castello di Beltinci cantato da Vlado ne “V parku za gradom”
Ha fatto benissimo, Milan Kreslin, che oggi, alla soglia dei novant’anni, sale con orgoglio sul palco con il figlio, star affermata della musica, e suona i suoi pezzi preferiti, accompagnandosi con la fida chitarra nera. Anche la madre, la signora Katarina, a volte sale sul palco a cantare. E ci racconta: “Nel ’90, a una festa, cantai una canzone popolare. Vlado venne da me e mi disse: <Mamma, hai una bella voce, lo sai?> E io risposi indispettita: <E solo adesso te ne accorgi, che sono vecchia? Prima non hai mai voluto ascoltarmi!>” In effetti, l’inizio degli anni ’90 segnò l’avvicinarsi di Vlado Kreslin alla musica tradizionale della Prekmurska e la collaborazione con la Beltinška banda, un gruppo di suonatori di paese, tutti sull’ottantina, che ancora conservavano e portavano avanti le antiche tradizioni musicali di quelle terre. Persone che di mestiere facevano chi il contadino, chi l’impiegato, ma che al fine settimana si dedicavano ad allietare matrimoni, cresime, feste di paese e persino processioni religiose. “Abbiamo iniziato a collaborare con la Beltinška banda quasi per caso. Vlado pensò a lungo come poter integrare quella musica tradizionale nel suo rock. Il risultato fu sorprendente. Al nostro primo concerto insieme, tutta la sala si mise a cantare. Fu un’esperienza indimenticabile.” Un’esperienza che li portò dalla regione più remota della Slovenia in giro per l’Europa e il mondo: “Quanti luoghi abbiamo visto, quante persone abbiamo conosciuto, quante nuove amicizie abbiamo intessuto!” ricorda Milan con soddisfazione mista a nostalgia.
Milan Kreslin col figlio Vlado, I Mali Bogovi e la Beltinška banda a Beltinci
Milan Kreslin, i Mali Bogovi, la Beltinška banda e i Tamburaški di Beltinci
Vorrei rimanere ancora ad ascoltare i racconti di Milan e Katarina, narrati in un’irresistibile mescolanza di sloveno e dialetto prekmurski, ma mi accorgo di essere stata lì già a lungo. Un’ultima domanda, probabilmente banale come la prima: qual è la sua canzone tradizionale preferita? E anche qui Milan è in difficoltà: “Ce ne sono tante,” mi dice. Ci accorre in aiuto Vlado, che suggerisce  “San se šetau”, una melodia struggente che parla d’amore, di un grande fiume e di vasti campi. Come quelli che circondano Beltinci. Sono forse queste le tre parole che descrivono la Prekmurska? Forse più che nelle parole, il cuore di questa terra va cercato nella sua musica permeata di malinconia e dicsárdás, e in quella stretta di mano e quegli occhi azzurri, cordiali e fieri allo stesso tempo, che mi salutano mentre lascio la casa di Milan Kreslin, non prima di averlo ascoltato suonare la sua chitarra e cantare solo per noi. Idemo naprej, deca!
Hvala -grazie Sara

Concerto transfrontaliero



Dopo l'appassionato lavoro del Gruppo Scout Pordenone 2 per ripristinare l'area di sosta nella faggeta di Platischis, ecco arrivato il momento del primo piacevole utilizzo. Non mancate!!!!! Domenica 13 settembre, alle 20,00, "Concerto serale nel bosco"

Prosa e poesia


Brez mej



18.00 - Prosnid/Prossenicco/Prossenic

Pesniški večer/Serata di poesia/Serade di poesie/Abend der Poesie

V kmečkem turizmu Brez Mej-Senza Confini se bo v okviru Festivala “Acque di Acqua” (“Vode iz vode”) odvijal pesniški večer. V glasbeni spremljavi Davida Tomasetiga bodo nastopili Margherita Trusgnach, Marko Kravos, Massimiliano Lancerotto in Renzo Furlano.
All’agriturismo Brez Mej-Senza Confini si svolgerà nell’ambito del Festival “Acque di Acqua” una serata di poesia. Con l’accompagnamento musicale di Davide Tomasetig si esibiranno Margherita Trusgnach, Marko Kravos, Massimiliano Lancerotto e Renzo Furlano.
Li dal agriturisim Brez Mej-Senza Confini a inmanein te suaze dal Festival “Acque di Acqua” (“Aghis di aghe”) une serade di poesie. Cul acompagnament musicâl di Davide Tomasetig si esibissaran Margherita Trusgnach, Marko Kravos, Massimiliano Lancerotto e Renzo Furlano.
Im Bauernhof Brez Mej-Senza Confini wird im Rahmen des Festivals “Acque di Acqua” (“Wasser von Wasser”) ein Abend der Poesie organisiert. Unter der musikalischer Beleitung von Davide Tomasetig werden Margherita Trusgnach, Marko Kravos, Massimiliano Lancerotto und Renzo Furlano auftreten.
http://www.kdajkam.eu/category/proza-in-poezija/

SLAVIA: La conversione degli slavi al cristianesimo, tra Roma e Costantinopoli

di Matteo Zola
La competizione tra Roma e Costantinopoli
Il rafforzamento militare e politico dei regni slavi ebbe un ruolo chiave nella conversione al cristianesimo. Ma a quale confessione? La conversione degli slavi avvenne tra l’VIII e il X secolo, prima del “Grande Scisma” che divise la chiesa di Roma da quella di Costantinopoli. Uno scisma la cui data ufficiale è quella del 1054, quando papa Leone IX scomunicò il patriarca di Costantinopoli che rispose con un anatema. Le ragioni dello scisma, più che dottrinali, sono politiche: da una parte c’era Costantinopoli, capitale di quell’Impero Romano d’Oriente che sin dall’anno 380 aveva adottato il cristianesimo come religione ufficiale. Dall’altra c’era Roma con il suo vescovo che rivendicava, in nome di un passaggio del Vangelo, l’autorità (le chiavi, che nel linguaggio rabbinico sono simbolo del potere divino) per guidare l’intera cristianità.
L’esportazione della propria versione del cristianesimo, e quindi la concorrenza tra Roma e Bisanzio, era già cominciata da ben prima del Grande Scisma: sin dal 451, quando il Concilio di Calcedonia aveva posto sullo stesso piano Roma, sede papale, con Costantinopoli, nuova capitale dell’Impero, nonostante la mancanza di fondazione apostolica di quest’ultima rispetto alle altre quattro sedi patriarcali della Pentarchia (Gerusalemme, Roma, Antiochia ed Alessandria). La volontà del vescovo di Roma di mantenere il primato portarono allo scontro con l’altra autorità religiosa del mondo cristiano, il patriarca di Costantinopoli, sostenuto dagli Imperatori d’Oriente, e all’aperta concorrenza per convertire i popoli pagani dell’Europa.
La differenziazione tra i due culti era già presente all’epoca della conversione degli slavi e c’era quindi una differenza, anche nel rito, tra le due versioni di quella che era ancora la stessa confessione. Per questo diremo che alcune nazioni slave si convertirono al cristianesimo orientale e altre a quello occidentale anche se lo scisma canonico non era ancora avvenuto.
Conversione come legittimazione
metodi della conversione sono stati diversi. Il potere papale si affidava alla spada dei cavalieri franchi e tedeschi, quello bizantino all’opera dei missionari. Gli slavi occidentali, per non soccombere alla spada germanica, trovarono nella conversione spontanea l’unica salvezza. Quelli meridionali e orientali scelsero con accortezza quale dei due poteri (germanico-papale o bizantino) fosse più conveniente alle proprie ambizioni di potere. In entrambi i casi la conversione era fonte di legittimazione, si entrava così a far parte dei popoli del “commonwealth” cristiano, portando lo stato nel “mondo che conta”. La conversione fu però un fenomeno che riguardò solo l’aristocrazia, quella del  popolo sarebbe venuta dopo e non senza scossoni, ma quel che contava era, in quel momento, il riconoscimento culturale e politico che solo il mondo cristiano poteva offrire. Anche in termini di (più o meno) durature alleanze.
Ma la questione era più grande, e non era religiosa ma politica: con chi conveniva stare? Con l’imperatore bizantino o con il Papa di Roma? Il regno polacco, quello ungherese (dove gli slavi giocavano un ruolo decisivo accanto all’èlite magiara) e quello croato, scelsero di aderire alla pars occidentalisla vicinanza, anche minacciosa, franco-germanica fu un buon argomentoper i sovrani. Stesso ragionamento fecero serbi e bulgari scegliendo di stare con l’imperatore di Costantinopoli.
Ma la scelta, che oggi può apparire scontata, non lo fu affatto: a convincere Mieszko, re dei polacchi, a preferire il rito romano fu la presenza dei vicini tedeschi: il cristianesimo latino di allora era fortemente “tedesco”, lo era già da Carlo Magno. I tedeschi – come si è detto – erano la spada del Papa e, con la scusa di convertire i pagani, ne facevano sterminioprendendosi le terre. Il re di Polonia comprese che per salvare il suo popolo e il suo stato doveva convertirsi, e doveva farlo da alleato del Papa (e quindi dei tedeschi). Fu una scelta di sopravvivenza: abbandonare gli antichi dèi o perire. Ma funzionò: il Cristianesimo consentì agli slavi di salvarsi dalla “pulizia etnica” tedesca, entrando a pieno titolo nel “mondo che contava”, e trovando finalmente uno sviluppo culturale fino ad allora impedito dall’assenza dellascrittura.
Lo shock estetico
Da quella separazione religiosa nasceranno contrapposizioni culturali, specialmente nei Balcani, che i piazzisti politici di ogni epoca hanno saputo fomentare nel tentativo di separare ciò che il filo della storia ha sapientemente unito. Ma la dimensione politica non esaurisce il discorso: molta importanza giocava anche l’elemento mistico. Un caso emblematico di come funzionava la conversione, e di quali erano le dinamiche e le ragioni della scelta, è quello dellaRus’ di Kiev.
Siamo nel X secolo; Volodomir, re di Kiev, comprendendo la necessità del “battesimo della nazione” (c’erano già stati tentativi di conversione infruttuosi in passato), decide di mandare degli emissari in Germania e a Costantinopoli. Al loro ritorno così dissero al re: “E siamo andati dai tedeschi, e vedemmo che nei templi molti riti officiavano ma nulla di bello vedemmo. E dai greci andammo, e vedemmo dove officiavano in onore del loro Dio, e non sapevamo se in cielo ci trovavamo oppure in terra: non v’è sulla Terra uno spettacolo di tale bellezza, e non riusciamo a descriverlo. Solo questo sappiamo: che là Dio con l’uomo coesiste e il rito loro è migliore di tutti. Ancora non possiamo dimenticare quella bellezza, ogni uomo che gusta il dolce non accetta, poi, l’amaro”.
Si tratta di quello che il già citato Francis Conte definisce uno “shock estetico“. Al di là delle ragioni politiche questo episodio mostra quali suggestioni agissero su un popolo barbaro ma sensibile come quello slavo: il mistero incarna il divino, che è meraviglia e porta alla grazia. Non è ancora oggi questa la caratteristica del rito ortodosso?
La sfida teologica alla corte di Kiev
Il caso kieviano è interessante perché, oltre allo shock, ci racconta del lento lavorìo per arrivare alla conversione. Il monaco Nestore, nel suo celebre Racconto dei tempi passati, restituisce tutte le influenze culturali del giovane stato. Volodimir, secondo la cronaca nestoriana, avrebbe ricevuto anche emissari bulgari, popolazione turca allora stanziata nell’attuale Ucraina orientale, che convertiti all’Islam ne mostrarono le qualità al sovrano. Ma l’assalto più forte venne dai cazari, popolazione delle steppe convertita al giudaismo, che mandò i propri rabbini a sfidare i monaci cristiani e i dotti islamici che affollavano ormai la corte kieviana. Lo scontro teologico dev’essere stato senza pari, peccato non avervi potuto assistere. A spuntarla furono i cristiani che vantavano una certa esperienza con gli slavi, a partire da quei Cirillo e Metodio di cui parleremo la prossima volta.

foto Il Battesimo di Vladimir, affresco di Viktor Vasnetsov. (Wikipedia)
http://www.eastjournal.net/archives/49560

Dario Pinosa :l'artista di Zavarh/Villanova delle grotte

Dario,nato a Udine nel 1953 risiede a Villanova delle Grotte (Zavarh) con la moglie Gabriella ed il figlio Davide.Le sue abili mani  sanno abilmente trasformare materiali diversi (legno,ceramica e rottami di ferro)  in quadri,sculture,ceramiche artistiche e riproduzioni di oggetti storici del luogo.
"Le due figure portanti della sua pittura sono il sentimento e la bellezza.Da autodidatta è riuscito a maturare uno stile personale,fantastico, trasognato e libero che non è legato a determinate tematiche attuali o a un determinato ambiente geografico.L'ambiente,la natura e i personaggi sono visti come in sogno.Dal mondo dei sogni deriva anche il suo caratteristico cromatismo e una specie di trasfigurazione soprannaturale.Il suo mondo fantastico è anzitutto un mondo di colori.
Dario,apparentemente taciturno,portato alla malinconia,dal volto sempre assorto,è in arte un altro uomo.La sua tavolozza si fa infinitamente allegra e spensierata.Quando prende in mano pennello e colori,emerge in superficie il suo mondo ideale....."fonte dal libro" Terska dolina- Alta Val Torre -Val de Tor. "-Mohorjeva Družba-2006
L'artista ha iniziato ad esporre le sue opere all'inizio degli anni 80' e successivamente ha partecipato a numerose mostre in Friuli e nella Benečija,aggiudicandosi il prestigioso premio della "Biennale d'arte"1982 del Friuli Venezia Giulia.

foto da https://www.facebook.com/pages/Dario-Pinosa/510238439140004?sk=timeline
Dario Pinosa con le sue opere
a Villanova delle Grotte








9 set 2015

Don Arturo Blasutto

17 settembre 21 anni dalla morte di don Arturo Blasutto
Don Arturo Blasutto  si è distinto per aver valorizzato la lingua  e  la cultura slovena .
Chiesetta della Ss.Trinità - Monteaperta/Viškorša
LA VIA CRUCIS di don Arturo Blasutto ( 1913- 1994)

"Naj vam bo lahna zemlja vaše Viškuorše" l'augurio di don Renzo Calligaro,parroco di Bardo-Lusevera ,al termine della lunga liturgia funebre è andato al di là della tradizionale formalità ed è stato sentito come richiesta di perdono e come preghiera perchè questo sacerdote umiliato e dimenticato dagli uomini riceva la ricompensa per la sua fedeltà a Cristo,alla sua gente e ai principi che dovrebbero animare ogni cristiano.
Gran parte della vita sacerdotale di don Arturo,infatti,è stata una via crucis di incomprensioni,solitudine,diffamazioni che lo hanno costretto appena 42enne a ritirarsi in silenzio nel paese natale,in seno alla propria famiglia,che da allora lo ha assistito e curato.

Don Arturo Blasutto era figlio di Anna De Bellis e di Giovanni che di mestiere faceva il muratore.Frequentate le scuole elementari, entrò in seminario e dopo il liceo e gli studi di teologia venne ordinato sacerdote il 19 luglio 1936 dall'arcivescovo mons.Giuseppe Nogara nel duomo di Udine.Celebrò la prima messa il 26 luglio a Monteaperta e fu mandato  come vicario ad Oseacco in sostituizione di don Valentino Birtig  nominato cappellano  a Mersino .Don Arturo seguì la prassi pastorale e continuò ad insegnare il catechismo e a predicare in dialetto resiano.
Scoppiò la seconda guerra mondiale,dal settembre 1944 in Val Resia c'era una formazione partigiana che faceva azioni contro la linea ferroviaria della Val Canale.Si dice che  offrì il suo aiuto e svolse la sua azione pastorale anche in mezzo ai partigiani ,perchè diceva che erano tutti figli di Dio.La fama e le calunnie che lo ritenevano collaborazionista dei partigiani del IX Corpus ebbero il sopravvento.Sopra la sua testa venne messa una taglia,fu ricercato ma,avvertito dalla sua gente,all'inizio del '45 lasciò Oseacco e si rifugiò presso i sacerdoti amici delle Valli del Natisone e poi a Monteaperta.
Finita la guerra nell'aprile del '46 ,fu nominato vicario a Liessa (Grimacco).Don Arturo  coerente con l'insegnamento della Chiesa riprese a predicare nel dialetto sloveno,ma fu preso di mira per le sue prediche in sloveno.In quei tempi c'era una campagna anticlericale ed antislovena contro i sacerdoti della Benecia.
Visti i continui attacchi,l'arcivescovo Nogara intervenne con una difesa  scritta :
"Nei giorni passati nella stampa nazionale e locale sono state lanciate accuse circa i sentimenti  e l'atteggiamento dei sacerdoti delle valli del Natisone quasi fossero avversi dell'Italia e favoreggiatori del comunismo.Tali accuse sono ingiuriose ed insane ,basta una sola considerazione per dimostrarlo.Tutti,anche quegli stessi giornali che li criticano,esaltano l'altissimo senso d'italianità di quelle popolazioni.Ora come potrebbe avvenire ciò se i sacerdoti fossero antiitaliani,dato che i fedeli lassù sono attaccatissimi alle loro chiese e ai loro sacerdoti?"
Don Arturo fu particolarmente preso di mira anche dalle accuse che provenivano da Resia,ma lui continuò la sua azione pastorale in collaborazione con gli altri sacerdoti sloveni della zona.
Nel 1950 ,su suggerimento dell'Arcivescovo Nogara ,insieme agli altri parroci sloveni firmò una lettera  inviata al Prefetto di Udine nella quale si ribadiva che "la popolazione di queste valli ha note di origine e una parlata dialettale slovena che fu sempre di pacifico uso",dichiarano che"siamo sempre stati i primi a dare ogni nostra attività perchè anche i problemi di queste valli abbiano soluzione anche nell'ambito nazionale italiano" e si augurano che "la vita di queste popolazioni e la nostra ,possa in base alla Costituzione ,svolgersi in piena libertà e nella più leale adesione alla Patria italiana,con rispetto della nostra parlata e della naturali esigenze sue e di vita religiosa e civile".
Questa lettera non bastò,calunnie ed accuse continuarono soprattutto contro don Arturo.I suoi superiori affidarono l'incarico di svolgere un'indagine sul suo operato a un sacerdote locale,ma non fu trovata nessuna conferma alle accuse mossegli.
Nonostante ciò nel 1955 don Arturo fu rimosso dal suo incarico.
Ancora oggi sono molti a chiedersi il perchè di questa decisione dell'autorità diocesana.Ci sono due possibili chiavi di lettura che possono essere fuse in una sola.
Alcuni avanzano l'idea che a causare il provvedimento fu un'interpretazione affrettata e distorta di una sua presa di posizione nei confronti di una persona responsabile dell'Azione cattolica;altri sostengono che la rimozione è da mettere in relazione con la vicenda di don Boldarino,il vicario di Cosizza che fu allontanato per i suoi collegamenti con gruppi nazionalisti della zona:si è voluto così intervenire sugli estremi di due posizioni come se i loro principi e finalità potessero essere messe sullo stesso piano.Quanto le accuse fossero infondate e strumentali lo rivela la testimonianza di un sacerdote delle valli che,in un memoriale inviato all'arcivescovo Zaffonato nel 1957 dai sacerdoti della zona,affermava che il brigadiere dei carabinieri di Clodig aveva dichiarato:
"Se don Blasutto di Liessa parlasse italiano,non avrebbe nessuna accusa".
Una tipica vicenda da "Gladio nostrano"
Il 25 novembre 1955 don Arturo si ritirò a casa sua.Rifiutò un sussidio inviatogli dall'arcivescovo:voleva giustizia,non elemosina.
In famiglia e in alcuni amici trovò conforto ed assistenza.Celebrava la messa nella chiesa parrocchiale senza il suono delle campane.Qualche tempo dopo gli fu negato di celebrare in chiesa.
Non si abbattè;continuò nel silenzio e nella preghiera la sua via crucis.
Negli ultimi anni della sua vita si adoperò perchè fosse ripresa l'antica tradizione del bacio delle croci presso la chiesa della Santissima Trinità di Monteaperta.Invitò i sacerdoti e le comunità della zona e delle valli dell'Isonzo con le loro croci.
E' un'iniziativa che ha preceduto in qualche modo l'incontro dei tre popoli che si svolge a turno nelle diocesi di Udine,Lubiana e Klagenfurt.
In una lettera scriveva che :
" la mia gente guarda alla chiesa della Ss.Trinità come i Magi alla stella cometa che li ha condotti al Presepio".
Il 26 luglio 1986 celebrò con gioia il suo 50° anniversario della sua prima messa attorniato da parenti e da due sacerdoti nativi di Monteaperta on Luigi e don Celeste Blasutto.
il bacio delle croci
Monteaperta

M.D.J. da Dom 1994

fonte:http://www.lintver.it/storia-personaggi-arturoblasutto.html
immagine di Pierinut da http://it.wikipedia.org/wiki/Monteaperta#mediaviewer/File:Chiesa_Monteaperta.JPG
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