26 feb 2017

Il governo austriaco contro il baratto tra Slavia e Cervignano


L’ANNIVERSARIO
A 150 anni dall’annessione del Friuli e della Slavia al Regno d’Italia con il plebiscito del 21 e 22 ottobre 1866

Il luogotenente del Litorale sosteneva che il fiume Nella foto: confine presso Cervignano.Isonzo non rappresentava un vero confine naturale, visto che su entrambe le sponde abitavano numerosi sloveni
Giorgio Banchig
Nel suo importante studio sul plebiscito in Veneto e sulla delimitazione dei confini lo storico sloveno Jaromir Beran (Plebiscit, cit., pp. 113119) ricorda che prima e dopo l’armistizio di Cormons del 12 agosto 1866 circolavano ipotesi e notizie contraddittorie a proposito della definizione dei confini tra Italia e Austria. Allarmato da queste notizie, – racconta Beran – intervenne in veste ufficiale il luogotenente imperiale per il Litorale, Ernst Leopold Kellersperg, deciso a conservare l’integrità del Goriziano e respingere le richieste e le mire dell’Italia riguardo il nuovo confine.
Il 14 luglio 1866 inviò una lettera al ministro degli Esteri, Alexander von Mensdorff-Poully, esprimendo il suo parere sulla questione. Poiché alcune notizie confermavano che l’Isonzo avrebbe potuto rappresentare la nuova linea di confine, egli pregava il ministro di riferire ai comandanti dell’esercito che dalla sorgente alla foce l’Isonzo scorreva nella regione di Gorizia e non rappresentava il confine tra il Veneto e la Regione goriziano-gradiscana del Litorale austriaco. Di seguito, descriveva brevemente dove in realtà correvano i confini e faceva notare che quello nazionale o linguistico non coincideva con quello dello stato e precisava quali parti del Goriziano erano italiane. «Quindi – scriveva – tutti i distretti di Gorizia, Canale e Tolmino situati sulla sponda destra dell’Isonzo sono esclusivamente slavi (ausschliesslich slawisch) e l’area linguisticamente slava si estendeva fino al Veneto in due aree che vanno fino al fiume Fella. Se si pensa al confine da questo punto di vista [linguistico] — ribatteva —, si può pretendere che il territorio del Litorale invece di rimpicciolirsi territorialmente, si sarebbe dovuto estendere» (Ivi, p. 115).
Il luogotenente Kellersperg intervenne nuovamente il 13 settembre con un’altra lettera al ministro degli Esteri. In essa riferì che a Gorizia si diffondevano, ripetutamente ed anche sui giornali, le notizie sull’annessione all’Italia del distretto di Cervignano che avrebbe dovuto costituire il compenso per i distretti slavi (slawische Distrikte) della provincia di Udine nel caso in cui questi fossero rimasti all’Austria. Tale zona, ricca e molto importante dal punto di vista commerciale del «Friuli austriaco », argomentava il luogotenente, superava di gran lunga i territori della provincia di Udine che l’Austria avrebbe potuto ottenere. Cervignano con i suoi 22.000 abitanti era il giardino della pianura friulana, come lo erano le regioni del Regno Lombardo- Veneto ma, grazie all’accesso al mare, Cervignano era ancora più importante. Il traffico commerciale era vivace e le persone molto attive. Sebbene fossero comunità di lingua italiana, appoggiavano l’Austria e avevano dimostrato il loro patriottismo; non volevano, quindi, neanche sentir parlare della loro annessione all’Italia. Tra loro regnava un atteggiamento di fedeltà all’Austria, per questo bisognava dare al distretto di Cervignano un’assoluta preferenza rispetto a quelle zone della provincia di Udine in cui la popolazione viveva ancora di allevamento e agricoltura alpestre (Alpenwirtschaft). Per quanto riguardava il confine con l’Italia nel Litorale austriaco, scriveva il luogotenente, non era possibile trovarne uno naturale. I piccoli fiumi torrentizi, Judrio e Torre, non soddisfacevano tale istanza e ancor meno l’Isonzo che non rappresentava un confine statale né linguistico, visto che sulla sponda destra del fiume fino al Fella abitavano numerosi sloveni (Ivi, p. 116).
Il 16 settembre il governo austriaco (decreto n. 5558/St. M.) accolse il parere del luogotenente imperiale per il Litorale e fece notare al ministero degli Affari esteri che la progettata stazione di Cervignano sulla linea ferroviaria «principe Rodolfo» era un punto chiave sotto l’aspetto dei traffici commerciali.
Beran, poi, fornisce un’altra notizia interessante. Già durante i negoziati per la definizione dei confini, l’Italia si era aggrappata all’idea della linea idrografica Judrio-Torre-Isonzo che, nella seduta della commissione il 29 marzo 1867, era stata difesa, senza possibilità di successo, dal capo della delegazione italiana, generale Carlo Felice di Robilant. Ancor prima del trattato di pace i negoziatori italiani, per imporre questo confine, avevano proposto che, in cambio del distretto di Cervignano, venissero annessi all’Austria tutti i paesi sloveni della zona del Natisone. Ma nei verbali della commissione per i confini non c’è traccia di questa proposta, rivela Beran, perché, in base all’articolo 4 del Trattato di pace, che non dava adito ad equivoci, e alle istruzioni restrittive date ai membri austriaci, non sarebbe stata presa in considerazione (Ivi).
Una conferma che al tavolo dei negoziati per il trattato di pace a Vienna sia stata presa in esame la proposta di uno scambio tra la Slavia e il distretto di Cervignano o altri territori austriaci arriva da un articolo del «Giornale di Udine» del 12 settembre 1866. Ad avvalorare l’ipotesi è il fatto che l’anonimo autore, che si riferiva a voci arrivate da San Pietro degli Slavi, chiamava direttamente in causa il generale Menabrea, allora capo della delegazione italiana a Vienna. «Quand’anche il Distretto di San Pietro – ammoniva il giornale di Valussi – non fosse da tanto tempo aggregato al Veneto e non formasse parte della provincia amministrativa di Udine, sulla quale non ci può cadere dubbio, come su nessun’altra parte del Veneto, non si potrebbe comprendere né che l’Austria potesse chiedere, né che l’Italia, rappresentata dal gen. Menabrea, volesse cedere mai la valle del Natisone, nemmeno per fare acquisti».
La principale motivazione per stroncare ogni iniziativa per la cessione della Val Natisone era di ordine strategico. «Se l’Austria non volesse cedere nulla a noi, per fare un confine tollerabile, nemmeno la linea dell’Isonzo, non si farebbe ora la guerra per costringerla; ma non si dovrebbero nemmeno concedere dei favori ai suoi industriali con un buon trattato di commercio. Ma cederle qualcosa nella valle del Natisone o del Fella, sarebbe lo stesso che assecondare dei progetti manifesti di future e non lontane invasioni. Già a quest’ora l’Austria domina militarmente, dalle posizioni al di qua dell’Isonzo, la valle del Natisone, ed al di qua di Tarvis quella del Fella, ed occupa quindi posizioni stratetiche offensive a nostro riguardo. Ma se l’Austria si avanzasse ancora alcun poco, c’impedirebbe sempre più di difenderci. Non si potrebbe quindi credere né il generale Menabrea, né altri tanto ignari dei luoghi e degli interessi dello Stato, da immaginare ch’egli, o per il Trentino, o per altro, cedesse delle posizioni, peggiorando ancora di più la condizione difensiva dello Stato da questa parte».
L’intervento del «Giornale di Udine » conferma , anche se indirettamente, che, per ottenere il distretto di Cervignano o qualche territorio del Trentino, l’Italia stava pensando di cedere la nostra Slavia all’Austria. L’articolista addossava ai politici austriaci le mire sulla Slavia, ma si capisce benissimo che si rivolgeva al generale Menabrea il quale sicuramente aveva avuto dal governo italiano l’autorizzazione a trattare in questo senso.
Come ha rilevato Beran, non esistono documenti in questo senso perché l’argomento non poteva essere neanche messo all’ordine del giorno dei negoziati viennesi.
(24 - continua)
La cittadina friulana era ritenuta un nodo strategico
dal dom del 14 febbraio

1 commento:

  1. Cara Olga, oggi ci porti un po di storia, che purtroppo io ignoro, grazie che oggi ho imparato qualcosa di nuovo.
    Ciao e buona domenica cara amica con un abbraccio e un sorriso:-)
    Tomaso

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