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18 nov 2015

Marinig: “Con l’Uti tre opportunità perse, nelle Valli serve una regia unica”



Marinig1Scorrere la biografia politica di Giuseppe Firmino Marinig è un po’ raccontare gli ultimi decenni delle Valli del Natisone dal punto di vista amministrativo. Sindaco, presidente della Comunità montana, consigliere provinciale, tutto in un arco temporale lungo e importante, dai tempi in cui il Partito socialista era in auge (ma socialista lui si ritiene ancora, se è vero che in rete si può leggere un suo intervento di un anno fa sulla riforma elettorale nazionale pubblicato da L’Avanti) a quelli del berlusconismo e del renzismo.
In tutti quegli anni San Pietro al Natisone è stata lui, la Lista civica che adesso fa fatica a risollevarsi da due sconfitte amministrative è stata lui: nei successi e, occorre dirlo, alla fine anche nelle incomprensioni.
Conclusa l’esperienza amministrativa locale (oggi riveste però la carica di vicepresidente del Comitato paritetico per i problemi della minoranza slovena), resta la percezione di una visione politica che oggi andrebbe presa ad esempio. Chiara, se non altro, al di là delle idee. Così l’argomento del giorno, del mese, dell’anno – la riforma Panontin che ha creato le Unioni territoriali intercomunali che quasi nessuno vuole – diventa una scusa per farci raccontare a che punto siamo, e magari anche dove stiamo andando.
Partiamo dalle Unioni territoriali. Qualcuno sostiene che sarebbe stato meglio favorire prima le fusioni tra i Comuni.
“Sono sempre stato favorevole alle fusioni, costituendo per le Valli del Natisone una o due realtà. Verrebbe meno il Patto di stabilità che tanto ha frenato le opere, pensiamo solo alla sede della bilingue, ci sarebbe un sistema migliore di appalto dei lavori pubblici, più razionale, servizi più efficienti ai cittadini.”
Un tentativo, quando lei era sindaco, era stato fatto.
“Venne realizzato tra San Pietro, Pulfero e Savogna alla fine degli anni ’90, ci furono sei anni di Unione ai quali sarebbero seguiti altri sei di fusione. Dopo i primi sei anni la gente aveva dimostrato di apprezzare, ma i tre Comuni nel 2009 hanno deciso di sciogliere il patto, nonostante allora, come presidente dell’Uncem regionale, avessi avvertito che ci sarebbero stati a disposizione contributi di 2 milioni di euro per cinque anni. Alla fine dei dodici anni, che sarebbero scaduti proprio ora, nel 2015, ci sarebbe stato comunque un referendum. È stata la prima occasione perduta. Adesso ne è stata perduta un’altra.”

Per quale motivo?
“Per due motivi almeno: si potevano fare Uti più piccole, ma ci voleva la volontà politica e occorreva fare pressione. A Tarvisio hanno ottenuto la separazione dal Gemonese, qui si poteva fare l’Uti della Slavia friulana. Pensiamo poi a come potranno essere gestiti certi contributi, ad esempio quelli per gli sportelli linguistici, se nello statuto del nuovo ente non c’è neanche la parola ‘sloveno’. Sarà uno statuto anonimo, non si sa di chi figlio ed erede.”
Se fosse stato sindaco sarebbe ricorso anche lei al Tar contro la Regione?
“No, sono convinto che non era necessario, quello che serviva era un progetto chiaro. Anche la Regione, nella volontà di fare, avrebbe accettato alcune cose, la sensibilità c’è, bastava proporre.”
È implicita, nelle sue parole, anche la critica alla mancanza di coesione tra i sindaci delle Valli.
“No, la coesione c’è, ma nel non fare nulla. C’è anche una terza opportunità persa: quando la Regione ha capito che gli statuti nei consigli comunali non sarebbe passati e che avrebbe dovuto nominare dei commissari, la presidente ha dato incarico all’assessore Panontin di dare la possibilità ai Comuni di richiedere una fusione. Niente da fare. Ora probabilmente il Tar darà ragione alla Regione, ma saranno da rifare tutti gli statuti.”
Resta il fatto che nell’Uti del Natisone, con Cividale come centro ed il Manzanese sull’altro versante, le Valli hanno poco peso.
“Certamente. Per altro ora il tentativo di fusione tra San Giovanni al Natisone e Manzano ha uno scopo, perché un comune unico avrebbe più abitanti di Cividale, si sposterebbe il centro dell’Uti. Lì per altro l’iniziativa non è delle amministrazioni comunali ma di un comitato di cittadini, e se i sindaci vengono scavalcati in questo modo è per loro abbastanza umiliante.”
Restando alle Valli del Natisone, è pacifico che sono il turismo, la cultura, forse anche l’agricoltura i settori che possono portare ad un cambio di tendenza demografico, perché ormai siamo sotto i 6 mila abitanti…
“Ci si può ancora salvare, ma serve una regia unica, e con la fusione sarebbe più facile averla. Se riparte l’economia, se tornano ad assumere le ditte nelle zone industriali di San Pietro e Cividale, si potrà riprendere fiato. In Comune un paio di anni fa avevo proposto un piano quinquennale di pulizia del territorio. È stato trasmesso in Regione, ma nessuno ne parla. Con 10 milioni all’anno in cinque anni sarebbe stato un buon investimento. Qualcuno dice che sarebbe troppo, ma se spendiamo 4, 5 milioni per sistemare i dissesti per frane e smottamenti… Con quel piano si creerebbero 150, 200 posti di lavoro per i giovani. Un territorio pulito, la natura incontaminata darebbe la possibilità di creare iniziativa e quindi altri posti lavoro. Ma serve una politica chiara da parte dei Comuni, diversamente la gente continuerà ad andarsene. Ci sono poi i progetti transfrontalieri, che vanno incrementati. Anche le scuole possono essere un volano, se si aprisse a San Pietro un liceo europeo con insegnamento quadrilingue, o se la scuola bilingue trovasse la formula per il proseguimento dell’esperienza anche dopo le medie inferiori. E intanto bisogna fare attenzione perché non vengano trasferiti i due licei oggi presenti a San Pietro.”
Lasciate le cariche amministrative, ora è vicepresidente del Comitato istituzionale paritetico per i problemi della minoranza slovena. Com’è questa esperienza?
“Pensavo fosse un organismo ‘chiuso’, invece c’è spazio per delle proposte. È utile anche per capire certi meccanismi legati all’attuazione della legge di tutela per gli sloveni. Per questo ho proposto, ed è stato preso in considerazione, un sondaggio da inviare alle amministrazioni comunali, chiedendo ad esempio se lo statuto comunale è stato integrato dalle disposizione previste nella legge 38, se viene praticato l’uso dello sloveno nei rapporti con le autorità amministrative locali, se c’è richiesta di documenti bilingui, se l’amministrazione comunale ha provveduto ad inserire la dicitura slovena accanto a quella italiana nelle insegne pubbliche e nella toponomastica.”http://novimatajur.it/attualita/marinig-con-luti-tre-opportunita-perse-nelle-valli-serve-una-regia-unica.html

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