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06 nov 2015

Non dimentichiamo il lager di Gonars

 immagine da Anpi Lombardia


La lotta di Gonars: non dimentichiamo il lager
Il ricordo del campo di concentramento dove morirono 500 persone. Da anni ormai, a Gonars, il primo novembre rappresenta il giorno in cui il passato ripresenta i suoi conti e la memoria torna a coloro che persero la vita nel campo di concentramento fascista per civili sloveni e croati. Durante la seconda guerra mondiale, appena fuori dal paese, nel campo A e nel campo B, morirono infatti quasi 500 persone: di queste, circa 70 erano bambini in tenera età, sopraffatti dalla fame e dal rigore del freddo. E domenica, a partire dalle 9.30, verrà riproposta la cerimonia commemorativa per ricordare quei fatti e per accogliere gli ospiti sloveni e croati che verranno a rendere onore ai propri defunti. «Questa iniziativa – racconta il sindaco di Gonars, Marino Del Frate – ci è molto cara. Siamo infatti convinti che solo mantenendo vivi il ricordo e la memoria di quei fatti passati, la nostra Europa possa evitare che si ripetano simili tragedie e possa trovare quella coesione necessaria ad affrontare le nuove sfide che si affacciano e a costruire un futuro di pace tra i popoli. Siamo un po’ rammaricati per il fatto che la Regione non sostenga più, come faceva in passato, la cerimonia i cui costi sono a carico del Comune di Gonars; ringraziamo tuttavia l’assessore Torrenti che ci è venuto incontro almeno coprendo i costi dell’interprete».

La comunità di Gonars, nel corso degli anni e attraverso l’impegno delle diverse amministrazioni, ha voluto custodire la memoria di quel campo fascista, con modalità diverse, a cominciare proprio dall’organizzazione di occasioni commemorative all’ossario (realizzato nel 1973 per iniziativa della Repubblica federativa di Jugoslavia) in cui sono conservati i resti di 471 persone che persero la vita tra il 1942 e il 1943 nel campo.
L'orrore dietro il filo spinato
Nel campo, alla periferia del paese, furono rinchiusi fino a seimila civili sloveni e croati Il campo di Gonars fu costruito per accogliere i prigionieri di guerra russi nell’autunno 1941, ma non fu mai utilizzato a tale scopo. Nella primavera 1942 invece cominciarono ad affluire i civili della Jugoslavia, invasa da fascisti e nazisti. Molti finirono nel campo di Gonars che, quell’estate, arrivò a contenere oltre seimila persone (la capienza era inferiore a tremila). Gli storici raccontano che nelle baracche strette e lunghe, circondate dal fino spinato, dormivano da 80 a 130 prigionieri. Le condizioni di vita erano davvero difficili, tra il freddo intenso, il cibo che scarseggiava e l’igiene inesistente. I sopravvissuti hanno descritto una povera minestra con qualche tozzo di pane e qualche verdura. A tenere l’ordine centinaia di soldati, le mitragliatrici sulle torrette di guardia e i fari che rischiaravano l’area dove le persone erano tenute prigioniere. Alcuni tentarono la fuga. E così i maschi adulti vennero trasferiti in altri campi. Fu allora che a Gonars arrivarono altri uomini, ma soprattutto, vecchi, donne e bambini. Quest’ultimi erano circa un terzo del totale dei prigionieri. Provenivano dal campo di Arbe (Rab), già molto debilitati .
http://www.dom.it/wp-content/uploads/2015/11/slovit-9-2015.pdf

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