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18 nov 2016

Messa d’oro per mons. Caucig - Zlata maša za mons. Cauciga

Domenica, 13 novembre, è stata celebrata a Resiutta/Bila la messa d’oro, l’ultima in calendario, di mons. Lorenzo Caucig, vicario foraneo di Moggio Udinese/Možnica. Nato a Iainich/Jagnjed, comune di San Leonardo/Svet Lienart nel 1940, mons. Caucig è l’ultimo sacerdote delle Valli del Natisone. In questa intervista ripercorre i ricordi che lo legano alla terra natia e le tappe della sua vita pastorale.
Mons. Caucig, quest’anno ricorre il 50° del suo sacerdozio. Dove ha già festeggiato la ricorrenza?
«Ho accolto volentieri l’invito della comunità di Moggio Udinese, insieme alla quale lo scorso 3 luglio, nell’anniversario della mia prima messa a San Leonardo, ho festeggiato il 50° di sacerdozio. Il 9 luglio scorso ho festeggiato la ricorrenza a Iainich (su iniziativa del locale circolo culturale), nell’ambito di una celebrazione semplice, partecipata e più intima, erano una trentina i presenti. Poi sono stato invitato anche nelle parrocchie della mia attuale forania e voglio ringraziare tutti per l’affetto dimostratomi».
Cosa ricorda del giorno della sua consacrazione e della prima messa?
«Del giorno della mia consacrazione ricordo la solenne celebrazione in cattedrale a Udine, il 29 giugno del 1966, di cui conservo la foto ufficiale che ritrae dodici giovani in abiti liturgici e in atteggiamenti di intensa preghiera, prima di ricevere l’imposizione delle mani da parte dell’arcivescovo. Ben presto giunse il momento delle prime esperienze pastorali. Ordinati all’indomani della conclusione del Concilio Vaticano II, avevamo l’impressione e la speranza che la Chiesa stesse progredendo verso un futuro luminoso e fecondo. Ci sentivamo spinti a lasciare nel mondo un segno, piccolo ma positivo per il Signore. Dopo cinquant’anni di ministero pastorale sono ben consapevole dei limiti e delle insufficienze che hanno segnato la mia attività. Mi sono detto che a questo punto serve la consolazione della preghiera. Della mia prima messa a San Leonardo, il 3 luglio del 1966, ricordo la gioia, la festa di tutta la comunità. Già a Cemur le bandierine annunciavano questo avvenimento importante per tutta la vallata».
Oggi guida la comunità di Moggio Udinese, ma quali sono le tappe del suo percorso pastorale, dai tempi della formazione ad oggi?
«La mia prima destinazione è stata la parrocchia di Sedegliano, dove ho svolto la mia attività per otto anni. Seguì una breve esperienza, di un anno, a Feletto Umberto. Di seguito sono stato a Ospedaletto di Gemona, dove ho trascorso quindici anni, segnati fin dall’inizo dal catastrofico terremoto del 1976. È stato un periodo straordinario, mi ha dato occasione di vivere intensamente la fatica della ricostruzione, non solo materiale, ma anche della ricomposizione di una comunità che da un momento all’altro si è trovata “dispersa”. In questo contesto mi sono impegnato il più possibile a tenere viva la speranza. Completamente diversa è l’esperienza che da oltre ventisei anni sto vivendo a Moggio Udinese. Per me è stata una sorpresa ritrovarmi in questo ruolo prestigioso, in questa secolare abbazia. In questa realtà ho cercato di dare spazio e valorizzare i laici nei vari ambiti della pastorale, un’impostazione dettata dal Concilio Vaticano II. Ci è di aiuto la presenza, con la preghiera e contemplazione, delle Clarisse, le suore di clausura, che partecipano alle nostre liturgie domenicali».
È nato in una piccola frazione in comune di San Leonardo, nelle Valli del Natisone. Quali ricordi la legano alle sua infanzia?
«A dodici anni ho lasciato le Valli per entrare in seminario, in una realtà completamente diversa. Dell’infanzia porto nel cuore la bellezza, la serenità e l’apertura che l’hanno caratterizzata nel quotidiano. In famiglia eravamo in cinque figli, mio padre è morto giovane, quando avevo appena due anni. È stata la mamma a provvedere alla nostra crescita».
Oggi purtroppo il dialetto sloveno si va perdendo, ma un tempo era una lingua viva nei paesi e nella vita quotidiana, espressione di tradizioni e cultura. Cosa le è rimasto delle sue radici slovene?
«Delle mie radici slovene mi sono rimaste ancorate nel cuore le tradizioni molto sentite e partecipate, quali la Devetica (la Novena di Natale) che si svolgeva di casa in casa. In un piccolo paese come Iainich, che all’epoca contava 70 abitanti, ci consideravamo un’unica famiglia, c’erà semplicità e condivisione. Anche il dialetto sloveno, che parlo ancora quando ho occasione. Mi resta anche il rammarico di non aver avuto l’opportunità di offrire qualcosa di me alla mia terra d’origine, di non aver potuto operare in quella realtà. Ho portato e cercato di trasmettere nella mia attività la ricchezza degli insegnamenti ricevuti».
Nell’ambito del futuro assetto della diocesi di Udine, quale reputa sia la soluzione ideale per la realtà, Canal del Ferro e Resia, in cui opera?
«Per quanto ho capito, cambierà ben poco nella nostra zona, che continuerà lungo il cammino intrapreso. Il progetto di riforma è incentrato sulle collaborazioni pastorali e in questo senso da anni noi cerchiamo di impostare la nostra pastorale come forania. Siamo legati anche alla Valcanale e abbiamo momenti di condivisione con la forania di Tarvisio, vicina territorialmente. Come soluzione ideale vedrei Canal del Ferro e Resia come un’unica realtà foraniale e questo ci permetterebbe di continuare un cammino che già condividiamo». (Larissa Borghese)
V nedeljo, 13. novembra, je na Bili praznoval zlato mašo mons. Lorenzo Caucig, ki je trenutno vikar v Možnici. Caucig se je rodil v Jagnjedu (v občini Svet Lienart) leta 1940 in je zadnji izmed duhovnikov iz Benečije. V tem intervjuju govori o spominih na rojstno zemljo in o etapah v svojem pastoralnem življenju.

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