«Cinque sacerdoti friulani arrestati perché accusati di antifascismo»


La vicenda ebbe una vasta eco in regione e fuori, in campo ecclesiastico e politico con il coinvolgimento del Vaticano e delle alte sfere fasciste. In diocesi c’era il visitatore apostolico mons. Longhin
Giorgio Banchig
Don Pietro Cernoia dedica all’anno 1927 appena due facciate del Libro storico della cappellania curata di Castelmonte, scrivendovi con stile lapidario e con accenti quasi distaccati anche su avvenimenti che avrebbero dovuto suscitare una qualche reazione più partecipata.
Il 6 gennaio ricorda la festa pro missioni: «Riesco a far penetrare nelle famiglie la Propaganda Fide. – In marzo anche quest’anno s’incomincia la raccolta delle uova per la chiesa. Bisogna augurarsi più generosità. – 1. maggio. Inaugurazione a Castelmonte dell’Ufficio Postale. – 26 giugno. Prima Comunione di 7 bambini. – 6 luglio. Si sparge la voce della partenza di Sua Ecc. l’Arcivescovo. Il discorso di Osoppo è interpretato in modo diverso. – 12 luglio. Festa di S. Ermacora con l’intervento di sette sacerdoti “Decor domus tuae”. – Sua Eccellenza l’Arcivescovo era intervenuto a Castelmonte per l’inaugurazione della luce elettrica e benedizione dell’Ufficio postale. Nella famiglia del curato si compie la mesta cerimonia del funerale della sua buona sorella morta la sera dell’8. In luglio si incomincia la decorazione del Santuario d Castelmonte. – 17 luglio. Il curato parte per Venezia per pochi giorni di riposo e di cura. – Ai primi di agosto viene sua Ecc. Mons.Longhin di Treviso quale Visitatore Apostolico. Cinque sacerdoti: Mons. Gori. Mons. Sclisizzo, don Camillo Di Gaspero della nostra diocesi, don Collin di Spilimbergo e don Concina del Pordenonese sono arrestati per antifascismo! Arresto importuno perché un cattivo servizio alla causa di Sua Ecc. Mons. Rossi. Troppo evidente. – Ottobre. In seguito a ricorso viene in Roma confermata la sentenza di Udine. Il S. Padre manda parole di conforto ai sacerdoti e offre il suo aiuto finanziario. – 6 ottobre. Il curato si porta a Monte Santo con pochi pellegrini di Cialla: dovevano essere di più, ma…».
In queste poco più di 1500 battute don Cernoia ha riassunto i piccoli e grandi avvenimenti successi a Cialla e in diocesi nel 1927. Eppure l’arresto dei cinque sacerdoti udinesi e pordenonesi aveva suscitato una vasta eco in regione e fuori, in campo ecclesiastico e politico con il coinvolgimento del Vaticano e delle alte sfere fasciste. Vediamo brevemente la cronaca di questa vicenda anche perché risulterà utile per capire il clima politico e i rapporti tra Chiesa e fascismo in occasione dei contrasti che sorgeranno quando il regime interverrà direttamente nella vita ecclesiastica della nostra Slavia con la proibizione dello sloveno nelle chiese.
Come s’è visto, i rapporti tra il clero e mons. Rossi non erano idilliaci e si erano ulteriormente guastati in seguito all’abbandono della diocesi da parte dell’arcivescovo in occasione della rotta di Caporetto. In seguito, a causa di alcuni provvedimenti organizzativi e pastorali impopolari e la malcelata simpatia nei confronti del regime fascista che aveva preso il potere, il divario si accentuò e si manifestarono da parte del clero aperte opposizioni all’arcivescovo.
Come già ricordato, in questo clima di crescente reciproca insofferenza, «un folto gruppo di sacerdoti guidato da mons. Protasio Gori inoltrava alla Santa Sede la richiesta di un’indagine sulla condizione dell’arcidiocesi. Il 19 luglio 1927 la Sacra Congregazione concistoriale nominò visitatore apostolico Andrea Giacinto Longhin, vescovo di Treviso (L. Tessitori,Rossi Antonio Anastasio, cit.). Per non intralciare l’inchiesta mons. Rossi si allontanò e si stabilì a Milano.


DAL LIBRO STORICO
della cappellania curata di Castelmonte/Cialla, 1913-1955 dopo l’affidamento di Castelmonte ai Padri Cappuccini


A pochi giorni di distanza cinque sacerdoti friulani, accusati di opposizione al regime, vengono arrestati, rinchiusi nelle carceri udinesi e poi confinati nel seminario. I motivi di questo grave provvedimento erano di carattere prettamente politico: «1 - Sclisizzo mons. Giacomo, arciprete di Gemona, definito “uno dei più irriducibili nell’opposizione al Fascismo”, amico del Fantoni e responsabile della poca diffusione del fascismo nella zona, contrario ai Balilla e alle Piccole Italiane; si rifiutò di cantare il Te Deum per lo scampato pericolo del Duce, nonostante l’ordine dell’arcivescovo. “È un elemento dannosissimo per la sua irriducibilità e per l’ascendente che gode nella popolazione rurale”; 2 - Di Gaspero mons. Camillo, arciprete di Tarcento; anche lui propagandista popolare, contrario alle organizzazioni del regime. Intrattiene rapporti con i nemici del fascismo; “è un antifascista accanito quanto abile nel celare la sua opera”; 3 - Gori mons. Protasio, canonico del Capitolo Metropolitano, consigliere comunale del Partito clericale nel 1902, disfattista nel 1917, principale responsabile delle agitazioni agrarie, contrario al Rossi e al fascio […] Il nove e dieci agosto vengono condannati il Gori a 4 anni, Di Gaspero a 3, Sclisizzo a un anno di confino.» (F. Nazzi, La Slavia negli anni Venti, cit., pp. 54-55).
Come si vede, si tratta di accuse di carattere politico e indicano quanto il regime si sia introdotto nella vita ecclesiastica con l’intento di condizionarne gli orientamenti e addomesticare i sacerdoti ai propri fini.
Il 14 agosto, la Santa Sede, attraverso l’Osservatore Romano,intervenne con una severa nota denunciando il merito e il metodo del provvedimento: «Tali misure sono tanto più gravi che i sacerdoti godevano, a quanto risulta, della stima e dell’amore delle popolazioni e che l’arresto nell’Arcidiocesi di Udine coincide con la Visita Apostolica che lo stesso Arcivescovo mons. Rossi domandò e che la Santa Sede concesse, fungendo da Visitatore mons. Longhin, vescovo di Treviso, amico personale dell’Arcivescovo. Noi amiamo credere che non si è riflettuto alla mancanza di riguardo ad un così venerando prelato, quale è mons. Longhin, né all’offesa fatta alla Santa Sede di cui egli è mandato, né (perché non dirlo?) al pessimo servizio che si rendeva a mons. Rossi Arcivescovo di Udine» (F. Nazzi, ivi). A favore dei sacerdoti venne inviata a Mussolini una petizione di 460 sacerdoti friulani che ottenne un certo effetto. Mons. Gori e mons. Sclisizzo furono liberati il 3 dicembre e mons. Di Gaspero il giorno 8, con l’obbligo per tutti di non allontanarsi dalle rispettive sedi senza l’autorizzazione della questura.
Come s’è visto, la vicenda ebbe una vasta eco e conseguenti riflessi anche sulle sorti di mons. Rossi che il 18 dicembre 1927 lasciò ufficialmente Udine e si trasferì a Roma dove gli fu conferito il titolo di patriarca di Costantinopoli.
Don Pietro Cernoia dal suo punto di osservazione di Cialla capta questi avvenimenti e li ricorda con brevissime note riportando quella che era l’opinione comune sull’antifascismo dei sacerdoti confinati e sulle responsabilità dell’arcivescovo Rossi.
Al 1928 don Cernoia dedica appena tre righe del libro storico: «A Castelmonte incomincia la costruzione del locale a nord della chiesa destinato a cameroni. In residenza nulla di nuovo». Non ricorda nemmeno che nell’ottobre del 1928 fa l’ingresso solenne nell’arcidiocesi il nuovo arcivescovo mons. Giuseppe Nogara.
Nel 1929 don Pietro diventa più discorsivo e all’inizio della cronaca di quell’anno fa una critica alla direzione del santuario: «A Castelmonte si incomincia la costruzione della facciata. Doloroso che contro disposizioni superiori non si è presentato il progetto né all’autorità ecclesiastica né alla civile. Oh, perché queste regole… autonomia? Ai primi di maggio Mons. Arcivescovo fa visita privata al Santuario».

Dom del 30 luglio 2019

Nella foto: il beato mons. Andrea Giacinto Longhin, vescovo di Treviso, che fu visitatore apostolico a Udine nel 1927.


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  1. «Cinque sacerdoti friulani arrestati perché accusati di antifascismo»

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