Intervista con la nipote di d. Cuffolo

foto da http://www.lintver.it/index.html
Alla presentazione della seconda edizione dei diari sulla seconda guerra mondiale di Antonio Cuffolo, ha partecipato la nipote, suor Antonia Cuffolo, superiora generale dell’istituto di Sant’Eusebio di Vercelli. Le abbiamo chiesto un ricordo di suo zio.
«È stata la persona più significativa della mia vita – ha risposto –. Mi ha insegnato molte cose, a livello umano e spirituale. Mi ha fatto crescere. Era una persona molto libera, aveva idee molto ampie. Era un educatore vero e io ho osservato il fatto che lui amava il suo sacerdozio. Ho sognato lo zio in paradiso, perché lui era fiero di essere sacerdote. Desiderava poter formare altri sacerdoti. Il giorno della sua morte, alle sette di mattina è arrivato il vescovo, mons. Zaffonato, che ha detto: “Stiamo perdendo un grande uomo, un vero patriarca, che teneva vicino i sacerdoti della vallata”». La sua figura,  è molto attuale.
«Penso di sì. Le persone libere e critiche che vivono con autenticità non tramontano mai. Durante la sua vita lo zio ha voluto trasmettere i valori di attaccamento alla sua gente. Il suo testamento spirituale è la cosa che mi ha commosso di più durante il suo funerale. Don Antonio aveva, infatti, scritto: “Sono nato povero, vissuto povero e morto povero”. Quando c’era la festa patronale, segretamente, invitava sempre i poveri. Ricordo due persone che venivano sempre da Montefosca. Mangiavano insieme a noi nella casa e a loro era riservato il posto a capotavola. Tutti gli avanzi andavano nelle loro borse. Lo zio di questo era molto felice, perché aveva garantito loro da mangiare per un mese».
Cuffolo ha vissuto per il Signore, per la Chiesa e per il suo popolo. Lui era profondamente radicato nella Slavia friulana, nella lingua, nella cultura, nell’identità.
«Nel suo testamento aveva scritto che desiderava che dalla canonica di Lasiz non venisse mai tolto il quadro di Cirillo e Metodio. “Quel quadro – ha scritto Cuffolo – è per noi il simbolo del privilegio che abbiamo di cantare, celebrare il Signore con la lingua del nostro popolo, cui siamo così vicini”. Mentre saliva in macchina per andare all’ospedale, dove pochi giorni dopo sarebbe morto, don Antonio ha benedetto i quattro punti cardinali. Si trattava, in fondo, di una benedizione alla sua gente, perché era convinto di morire. Racconto un altro aneddoto di quel viaggio verso l’ospedale che mette in luce lo spirito e l’ironia che lo contraddistinguevano e che riuscì a mantenere anche in quel momento. Passando in macchina accanto ad un negozio di bare, disse a don Cramaro che lo stava accompagnando: “Ecco, possiamo fermarci un attimo a prendere le misure”».
Don Cuffolo è una figura di sacerdote ancora attuale nel messaggio di papa Francesco.
«Lo zio non voleva essere chiamato “don”, perché “don” deriva da “dominus”, che significa “signore, padrone”. Si firmava sempre sac., quindi, sacerdote. Don Antonio non voleva diventare monsignore, perché non voleva andare lontano da Lasiz, che certo è un paese piccolo, ma era il posto in cui arrivavano tutti i sacerdoti, perché erano sicuri di trovarlo».
Nel piccolo paese di Lasiz, ma con lo sguardo rivolto all’umanità intera.
«Sì, quello che colpiva era che nella sua casa non mancavano mai ospiti. C’erano sì sacerdoti, ma anche altri amici che venivano da tutto il mondo».
Lei è stata per un periodo la sua “dattilografa”. Batteva a macchina le lettere che arrivavano anche ai papi.
«Don Antonio non voleva fare politica. Si rivolgeva a loro, pensando al suo popolo, per difendere qualcosa che gli altri non capivano fosse un valore e un privilegio che pochi avevano allora, perché il Concilio Vaticano II, che concesse poi che si celebrassero le messe in lingue diverse, non c’era ancora stato. Nelle valli del Natisone avevamo il grande privilegio, invece, di poter cantare in sloveno».
Significativo l’episodio del Miserere…
«Quello, in realtà, è solo uno dei tanti. La sua zia materna che era di Specognis, la domenica, arrivava a Lasiz due ore prima della messa. Lo zio allora le chiedeva di ripetere il Miserere, usando la scusa di non ricordarselo. Trascriveva, allora, ciò che diceva la zia, che pregava sì con molto fervore, ma facendo moltissimi strafalcioni. Don Antonio riportava poi sul “Koledar” la preghiera piena di errori dalla zia, commentando: “Guardate che fesserie facciamo dire alla nostra gente, non permettendole di pregare nella loro lingua”».

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