Noi sloveni trascurati dagli sloveni

Cerco spesso sul quotidiano triestino in lingua slovena notizie che suggeriscano sentimenti di appartenenza all’angolo di terra slovena cui è legata la mia personale storia e preistoria, i monti e le vallate della mia infanzia. Ma è come cercare quadrifogli.
Nascere sloveni in provincia di Udine, dalle vallate del Natisone, del Torre e del Cornappo fin a Resia e in Valcanale, non è poi una gran fortuna, come non lo è per chiunque venga discriminato per qualsiasi ragione.
Quando lo Stato nel 2001 fissò in legge una qualche tutela per gli sloveni in Italia, riconoscendo, dopo 135 anni dall’annessione, totalmente o parzialmente sloveni anche 18 comuni della fascia confinaria della provincia di Udine, garantendo sprazzi di diritti costituzionali, si riaccesero speranze di rinascita, di recupero, di sviluppo per essi con opportuni provvedimenti.
Ma, prendendo come parametro i loro dati demografici, economici e sociali, delle possibili «medicine» proposte in anamnesi rimane poco più del bugiardino: parole, tentativi di placebo.
Senza addentrarci in analisi storico-politiche si può venire al presente per interpretare – magari anche in modo soggettivo, ma non per questo privo di fatti politici, economici, demografici e sociali concretamente valutabili – per rendersi conto della colpevole marginalizzazione dell’area. E non solo da parte dell’avversa politica della maggioranza egemone.
Ho letto, infatti, sul citato giornale un articolo del 30 novembre dal titolo: «Ciò che è nei desideri delle principali organizzazioni lo è anche nei desideri del governo ». Già il titolo mi ha incuriosito e, conscio dei fatti accaduti, di promesse non mantenute, di illusioni e delle drammatiche conseguenze constatate in 40 anni di carriera lavorativa, vado a vedere, purtroppo solo sulle righe del giornale, quali siano quei desideri su cui, miracolosamente, le due parti concordano. Intendiamoci, si scrive di «desideri», e in questo campo è permesso volare alto.
Quale la mia illusoria speranza?
Promesse tramutate in fatti concreti, attenzioni particolari, provvedimenti ad hoc, aiuti economici ed organizzativi, altri supporti, per dare un minimo di futuro alle popolazioni della «minoranza linguistica» delle vallate confinarie della provincia di Udine. Dai, che cambia il vento! E cerco tra i «desideri» delle «krovne Organizacije», le organizzazioni slovene di raccolta, quei desideri – che erano giuste pretese di giustizia sociale ed amministrativa — che hanno sempre stimolato gli sloveni nostrani ancora capaci di orgoglio per la propria appartenenza identitaria.
Ma ho scoperto che neppure il clima natalizio ha stimolato i nostri rappresentanti delle due «krovne» ad esprimere un desiderio concreto per le comunità slovene della provincia di Udine, soffiando sulla brace fumosa del fuocherello acceso con la legge di tutela di 18 anni fa.
Non sto ad elencare i desideri da essi esposti al governatore Fedriga e all’assessore Roberti. Mi è bastato constatare che manca qualsiasi riferimento alla tragica situazione demografica, economica, sociale e linguistica di Benecia, Resia e Valcanale, alla necessità dell’insegnamento dello sloveno nelle aree non servite dall’istituto comprensivo bilingue, alla scuola plurilingue a Ugovizza, Camporosso e Tarvisio per immaginare il ragionamento dei «vertici» della minoranza: ma che cosa pretendono i beneciani e tutti gli sloveni fin su al confine austriaco, quattro gatti in via d’estinzione? La pianura e il litorale hanno bisogno di aria pura e quindi ben venga
il bosco a ricoprire le vallate e i monti. Accontentatevi della forestoterapia, dell’aria salubre e della «bellezza incontaminata» della natura.
Quando, come vicepresidente per la provincia di Udine dello Svet slovenskih organizaciji – una delle krovne – nella Commissione regionale consultiva per la minoranza linguistica slovena, in cui si esprimevano i desiderata delle varie componenti in merito ai finanziamenti statali, non mancavo certo nell’affermare e ribadire come, del budget complessivo disponibile, le comunità della provincia di Udine godevano di percentuali al di sotto del prefisso telefonico di Roma. E coglievo come, nel modo di ragionare della maggioranza dei componenti di quella commissione, la Cenerentola del Friuli, minoranza nella minoranza, avesse poco da pretendere. Era nata, infatti, fragile e indifesa, inconsapevole dei propri diritti, divisa, espropriata dell’identità, contradditoria e afona, demograficamente soccombente… Pareva che si volesse dire: lasciamola estinguersi, aiutiamola a fondersi nella maggioranza.
Le parole ufficiali erano e sono, invece, di tutt’altro tono. Si loda la capacità, la vivacità culturale, la caparbietà di circoli e associazioni, si promettono rinascite, sviluppi economici, improbabili strategie di ripopolamento, vocazioni turistiche a un tiro di schioppo dalle città e quant’altro. Parturient montes! E se nasce il fatidico topolino, anche quello è gracile.
Qualcuno avrà sentito citare anche di recente il cosiddetto «effetto San Matteo», che in sociologia indica un processo per cui nuove risorse disponibili vengono ripartite fra i partecipanti in proporzione a quanto hanno già. Va a pennello alla nostra situazione. San Matteo non ha fatto altro che citare Cristo: «A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Regione e «krovne» a braccetto in serena allegria: parsimonia anche nei desideri. Sono essi, secondo la filosofia buddista, a creare infelicità.
Riccardo Ruttar

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