«A peste, fame et bello libera nos, Domine»

Non so perché mi tornano in mente immagini della mia infanzia, quando nei nostri paesi vigeva la tradizione delle rogazioni del 25 aprile. Presto al mattino partendo dalla chiesa, a cui accorrevano i fedeli di una manciata di paesini sparsi sul versante montano, con il prete in testa si percorrevano i sentieri tra prati e campi raggiungendo le varie frazioni. Anche col ben tempo l’erba era madida di rugiada e mia madre mi raccomandava di seguire le orme degli altri per non bagnarmi i piedi. «Non prenderti un malanno», mi raccomandava, ma, tant’è, ero comunque bagnato fino alle ginocchia. Ed i versanti del monte riecheggiavano delle preghiere e dei canti.
«A peste, fame et bello», risuona- va il grido accorato del parroco, cui rispondeva la fila indiana dei fedeli: «Libera nos Domine!». E poi la cantilena infinita del richiamo dei Santi chiamati a dare uno sguardo benevolo alle povere valli beneciane. «Orate pro nobis!». La natura, i prati, i campicelli, gli orti, i boschi, i torrenti, i fienili e le mede divenivano il tempio su cui si implorava benedizione e protezione. Era bella quella tradizione. D’altronde, tranne che per noi ragazzi nati dopo la guerra, i fedeli avevano ancora nelle orecchie l’eco dei cannoni, il frastuono dei bombardamenti, le ferite corporali e morali del grande macello, i lutti e gli stenti. Ora ascolto le notizie radiofoniche, televisive, leggo giornali, consulto i social e mi rammarico nel constatare dopo tanti decenni di tempo trascorso, come l’umanità abbia un rinnovato bisogno di innalzare suppliche, canti, preghiere e magari riflettere più seriamente sul proprio percorso storico, sull’incapacità di gestire razionalmente il proprio futuro. «A peste, fame et bello… libera nos Domine! », perché da soli, senza un richiamo al senso del messaggio evangelico al bene comune pare non ci sia prospettiva. Perché peste o Aids, Ebola o Sars, Coronavirus pandemico, sono richiami quanto mai evidenti alla ragione e anche alle responsabilità di ognuno, a iniziare dai più in alto nella gerarchia del potere .Oggi, quando l’uomo ha raggiunto vette impensabili nelle scienze e nelle tecnologie, ha sviscerato i segreti del genoma, si spinge sempre più nella conquista spaziale… nella propria presunzione è convinto di poter superare, manipolare e dominare il creato a piacimento. Ma sono proprio i ricorsi come quello attuale a dimostrare la sua debolezza. Il creato, vivente in quanto fonte di vita, si inventa i suoi modi per avvertire l’incosciente parassita umano che ne ha abbastanza della sua imprevidenza; mostra a chi si professa «re» del creato che il suo scettro è di legno tarlato.
Se penso a come era il nostro mondo in quei miei anni giovanili, quello che allora più mi preoccupava era la fame, più che la peste o la guerra; l’indigenza più che la malattia, ma avevo speranza. Non conoscevo le meraviglie della ricerca biologica, la potenza di calcolo dei computer… Non c’era neppure un telefono in paese, altro che tv, computer e cellulari; ma non c’erano neppure immense isole di plastica nei mari e negli oceani; le stagioni erano regolari e le previsioni meteorologiche, sebbene si basassero su osservazioni empiriche e si esprimessero in detti e proverbi, ci azzeccavano, perché non ancora condizionate dalle bizzarrie umane. I valori morali tradizionali, per quel tanto che la religione cattolica vi potesse influire, davano il senso del bene e del male, del lecito e dell’illecito; oggi a regolare i valori della vita è l’economia, il denaro. E di fronte alla paura di una catastrofe pandemica si fanno i conti dei costi economici che il coronavirus comporta, del rischio che corre il benessere della società cosiddetta evoluta.
E corre, sale, si diffonde più veloce e pandemica la paura, che si aggiunge a quella creata dalla politica, con la coscienza che anche il mondo del benessere sta sul filo del rasoio. E diventa paura di avvicinarsi al prossimo, di toccarlo, di stringergli la mano, di respirare la stessa aria, di toccare qualsiasi oggetto che possa esser stato sfiorato da uno sconosciuto o semplicemente da chiunque, perché ogni mano, ogni respiro può essere virale. Lo stesso famigliare diventa un pericolo, ed il mondo spicciolo che ci circonda e che ci viene incontro ad ogni passo un trabocchetto.
Magari proprio oggi fa comunque effetto l’orientamento dell’uomo a ricercare soluzioni trascendentali, constatando, in casi come quello odierno, la limitatezza delle proprie risorse. Qualcuno penserà, come in tempi antichi che – come le bibliche piaghe d’Egitto, o Sodoma e Gomorra –, le disgrazie umane siano castighi di Dio. Ma ben poco centra il castigo di Dio in queste traversie, men che meno in quelle odierne. Gesù Cristo ha dato la sua rivoluzionaria ricetta all’uomo di duemila anni fa, come a quello di oggi, perché facesse della terra un pianeta di pace, di corresponsabilità e condivisione, e oggi lo stesso richiamo parte e riecheggia dal suo rappresentante, il papa, che grida e richiama tutti alla responsabilità di salvare «la casa comune».
A non ascoltarlo, sempre più la Terra farà di tutto per scrollarsi di dosso il proprio parassita, il quale, come una immensa formazione neoplastica nella sua espansione mondiale, prefigura la soluzione finale. La Terra, ritornata padrona e maestra, avrà sempre le proprie risorse, mentre parte della razza umana, quella che si sente più evoluta, rischia la propria sopravvivenza nel suo allegro e spensierato bengodi. Sono tanti gli avvisi che arrivano, ma, come dicevano i latini, «quem Juppiter vult dementat prius», a quelli che vuole rovinare Giove toglie prima la ragione.
Riccardo Ruttar
Dom del 29/02/2020

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