4 set 2015

Profughi e la foto schock

dal web
la foto schock che ha fatto il giro del mondo
il piccolo siriano morto annegato

"Le ondate di profughi che arrivano in Europa hanno una loro causa. Le conseguenze di questa causa sono sempre visibili ed in breve tempo cambieranno l'immagine del mondo. Di conseguenza, il problema dei profughi, non è e non può essere solo tedesco, ungherese, europeo. Il problema è globale, ma i leader mondiali deliberatamente lo mettono sotto il tappeto ".

traduzione da Primorske novice Silvia Križman

3 set 2015

La lingua madre


Parlare nella lingua madre, anche se è una lingua minoritaria come il friulano o i dialetti sloveni e germanofoni della nostre montagne, rende più bella la vita! Già lo sapevamo per esperienza, ma ora ce lo dice anche la scienza
Dalla Vita Cattolica
1.09.2015
Se leggiamo una storia in cui il personaggio sorride ed è felice, senza accorgercene sorridiamo anche noi; se è arrabbiato, aggrottiamo la fronte. Se però il testo non è nella nostra lingua madre, la reazione è più blanda. Secondo Francesco Foroni, neuroscienziato della Sissa di Trieste e autore di uno studio pubblicato su "Brain and Cognition", questo effetto potrebbe dipendere dalla diversa modalità in cui impariamo la lingua madre e la seconda lingua. 

Con un'elettromiografia, tecnica che registra l'attivazione dei muscoli, Foroni ha misurato le espressioni facciali di 26 soggetti di madrelingua olandese che hanno imparato l'inglese a scuola, dopo i dodici anni. Mentre leggevano dei testi in inglese, le loro espressioni facciali in risposta alla lettura di informazioni riguardanti stati emotivi erano molto più attenuate. "Secondo la corrente teorica dell''embodiment' - spiega il ricercatore - quando processiamo informazioni di natura emotiva, il nostro organismo 'mima' le emozioni specifiche, mettendo in atto gli stati fisiologici caratteristici di questa emozione. Quando però leggiamo in una lingua acquisita successivamente alla lingua madre, questa risposta fisiologica, pur non sparendo del tutto, si attenua drasticamente". 

Secondo questo approccio, normalmente impariamo le parole associate alle emozioni "di prima mano", in contesti emozionali (per esempio, la mamma che ci sorride mentre ci chiede di farle un sorriso), mentre la seconda lingua viene normalmente acquisita in ambienti più "freddi" e con metodi formali, per esempio a scuola. In questo modo l'associazione fra la parola che rappresenta l'emozione e il vissuto dell'emozione stessa è molto più labile, "da qui le risposte molto più diluite che ho osservato nel mio studio" precisa Foroni. Questo effetto, secondo il ricercatore, ha alcune implicazioni: "Pensate per esempio alle situazioni in cui gli individui devono prendere decisioni. La letteratura dice che quando siamo influenzati dalle emozioni tendiamo a essere meno razionali e a prendere decisioni che non sono basate su una corretta valutazione del problema. È possibile che trovarsi in un contesto che implica l'uso di una seconda lingua possa cambiare il tipo di decisioni che vengono prese - conclude - limitando il potenziale impatto negativo delle emozioni"
http://www.lavitacattolica.it/stories/marilenghe/8779_che_emozione_la_marilenghe_lo_conferma_anche_la_scienza/#tabm3

Ottime previsioni per la vendemmia 2015


 vigneti a Ramandolo

In Friuli  la vendemmia 2015 è iniziata verso il 20 di agosto con la Ribolla gialla e lo Chardonnay Per  i rossi si prevede un raccolto di qualità per il Merlot e il Pinot grigio.Abbiamo avuto un clima ideale,un'estate con tanto sole,pioggia giusta ,escursione termica ideale,grappoli sani che non hanno necessitato trattamenti.I vignaioli prevedono 1.5 milioni di ettari in tutto,il 60 per cento sarà di Prosecco e Pinot Grigio,il 40 per cento di vitigni autoctoni.






immagini dal web

In Alta Val Torre

Zavarh-Villanova delle grotte

Dal Terminal mi incammino verso la piazza del paese e salgo lungo la stradina lastricata .Tutt'intorno silenzio,si ode soltanto lo stormire delle foglie mosse da un leggero venticello,alcune ballerine mi accompagnano lungo il tragitto e mi rallegrano con il loro canto-certo mi sono accorta che ci siete -borbotto fra me.La campana della chiesa di San Floriano batte le undici,sul lastricato si vedono le prime foglie gialle che volteggiano mosse dal vento,ecco lì a destra un croco autunnale lilla,è il primo che vedo quest'anno.Questo è il segno che l'autunno è alle porte.Lontano si ode il rumore di una motosega ,ora sulla strada passa un trattore carico tronchi che gira verso Chialminis.Alla guida un uomo di media età con accanto una donna sorridente dal viso bianco e rosso.Il tiglio davanti alla chiesa sta iniziando ad ingiallire e nella cunetta c'è un tappeto di foglie cadute.Mi affaccio al balcone della piazza e vedo che la catena dei Musi è coperta da un cappello bianco perlaceo:pioggia in arrivo,dicono gli abitanti di Villanova.Davanti al bar Panorama ci sono solo due auto,è un giorno lavorativo,all'esterno un ragazzo legge il Messaggero davanti ad un boccale di birra.Entro  e Leonardo mi serve una coca,poi arriva un cliente che consuma un "tai" di nero.Io bevo in fretta ,tanto il giornale è occupato e poi il cielo si sta facendo buio.Arriverà a breve un temporale,scendo in fretta ,passo davanti alla" Zucula "che oggi è in giornata di riposo.Prendo la scorciatoia che un tempo era molto usata,ora invece c'è l'erba alta e mi bagno le scarpe.Scatto qualche foto ed arrivo all'icona,non ho incontrato nessuno durante il percorso,sembra un paese quasi disabitato.Ecco sono sulla strada in borgo Funtic,ancora pochi passi e sono arrivata.

Terminal





colchico autunnale






Chiesa di San Floriano
dal balcone della piazza

tiglio-lipa

borgo Funtic

Sagre

Porcinjska mati



10.30 - Porčinj/Porzus/Purçûs

160. obletnica Marijinega prikazovanja v Porčinju/160. anniversario dell’apparizione della Madonna a Porzus/160. inovâl de aparizion de Madone a Purçûs/160. Jahrestag der Marienerscheinung in Porzus

Ob 160. obletnici Marijinega prikazovanja v Porčinju bo videnski nadškof Andrea Bruno Mazzocato maševal v svetišču Santa Maria di Porzus.
Nel 160. anniversario dell’apparizione di Maria a Porzus l’arcivescovo di Udine, Andrea Bruno Mazzocato, celebrerà una Messa nel Santuario Santa Maria di Porzus.
Pal 160. inovâl de aparizion de Madone a Purçûs l’arcivescul di Udin, Andrea Bruno Mazzocato, al disarà Messe tal Santuari Santa Maria di Porzus.
Zum 160. Jahrestag der Marienerscheinung in Porzus wird der Erzbischof von Udine, Andrea Bruno Mazzocato, eine Heilige Messe in der Wallfahrtskirche Santa Maria di Porzus feiern

SLAVIA: L'etimologia di "slavo". Tra gloria e schiavitù

Una schiavitù proverbiale
Dopo un’espansione che li portò, tra il quinto e l’ottavo secolo, in Asia minore e in Grecia, in Africa settentrionale e sul Baltico, gli slavi subirono la risposta dei franchi, dei tedeschi, dei danesi e dei bizantini che – dopo averne subito il “maremoto” – riguadagnano al loro controllo ampie fette di territori slavizzati e ne assoggettano la popolazione ancora in larghissima parte pagana. In particolare fu notevole l’asservimento degli slavi settentrionali i quali, occupate le pianure di una Germania abbandonata a seguito delle migrazioni verso sud di longobardi, franchi, goti e vandali, videro il rapido riorganizzarsi dei gruppi rimasti in entità statali via via più organizzate. Bavari, sassoni e poi franchi, fino ai cavalieri teutonici, per circa due secoli gli slavi subirono la “riconquista” germanica. Tale “riconquista” fu così violenta che il poeta ceco Jan Kollar, nel XVIII° secolo, chiamò la Germania “cimitero degli slavi”.
La schiavitù degli slavi divenne proverbiale e diede origine, in pressoché tutte le lingue europee, al termine “schiavo”. Il vocabolo latino “sclavus” (schiavo, appunto) fece la sua comparsa nel XIII° secolo sostituendo il termine classico “mancipium” (da cui “emancipare”, uscire da stato di asservimento). Allo stesso tempo, nel greco bizantino, compare il termine “sklavos” per dire “servo, schiavo”. I due termini derivano da “slavo” (e non viceversa) poiché all’epoca gli slavi erano “schiavi per eccellenza”. Fu così che il nome di un popolo divenne un termine estensivo per una categoria di persone, tanto che oggi lo ritroviamo nell’italiano, nel francese (esclave), nel catalano (scrau), nel tedesco (sklave), nell’olandese (slaaf) e nell’inglese (calco perfetto, slave).
Durante l’alto Medioevo carovane di slavi percorrevano l’Europa da una piazza all’altra,Venezia, Ratisbona, Lione erano i principali mercati per questa particolare “merce”. A Verdun si trovava il più importante mercato di eunuchi del continente. La riduzione in schiavitù delle genti slave fu moralmente possibile, ed anzi caldeggiata, proprio in virtù del loro paganesimo. IlConcilio di Meaux, nell’845, stabilì il divieto di vendere “merce” cristiana ma non riteneva che si dovessero avere particolari cure per i non battezzati. Non bastò a proteggerli la conversione al cristianesimo, poiché a sostituire i tedeschi furono i tataro-mongoli, che ne fecero razzia in Russia, e i mercanti musulmani durante il dominio ottomano sui Balcani: la schiavitù degli slavi di Bosnia ed Erzegovina è descritta nel Viaggio d’Oltremare del siniscalco di Filippo il Buono, nel 1432. Gli slavi, per l’Europa tedesca e il papato germanizzato, furono per larga parte del Medioevo considerati qualcosa “d’altro” rispetto all’Europa. Il mito dell’alterità slava, della loro irriducibile diversità dal corpo latino-germanico, è durata dal Medioevo fino al Novecento: nei piani dei nazisti non c’era infatti anche l’eliminazione e l’asservimento degli slavi di Polonia?
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con il diffondersi delle terribili teorie razziste, gli storici tedeschi giunsero ad affermare che gli slavi non fossero nemmeno indoeuropei (o “indogermanici”, come dicevano loro). Una falsità che derivava dal pregiudizio radicato nella storia tedesca, una storia che si è violentemente incrociata con quella degli slavi. Il pregiudizio era tale che il filologo tedesco J. Peisker, nel 1905, sostenne che gli slavi fossero stati schiavi fin dall’antichità: tesi – palesemente infondata –  che faceva comodo a uno stato con ambizioni egemoniche verso est, e che occupava antiche terre slave. Tesi che sarebbe poi stata portata all’estremo dai nazisti che elaborarono, nel 1940, il Generalplan Ost che prevedeva l’eliminazione fisica e la deportazione di polacchi e cechi. L’assunto nazista era semplice: se sono schiavi da sempre, come sosteneva Peisker, è perché tale è la loro natura. Quindi perché non assecondarla? Ad Auschwitz sono molti i nomi di cittadini polacchi, non ebrei né oppositori politici, presenti negli elenchi degli internati. La loro colpa? Essere slavi e non essere abbastanza biondi.
La teoria panslavista 
Abbiamo dunque visto come il nome di un popolo sia andato a designare una particolare categoria sociale, quasi a segnarne un destino. Ma cosa significa davvero “slavo”‘, da dove ha origine? L’etimologia è incerta. Nel XVIII e XIX secolo prese piede una teoria che intendeva “emancipare” la parola “slavo”: secondo alcuni letterati russi, in piena temperie panslavista, l’etnonimo “slavo” deriverebbe dal sostantivo “slava”, ovvero “gloria” e “fama”. Un termine comune a molte lingue slave moderne che attesterebbe la grandezza originale degli slavi. Era quella una chiave di lettura ispirata dal nazionalismo e presto i linguisti ne dimostrarono l’infondatezza.
La teoria celebrativa
Quello che però è certo è che la radice “slav” deriva dall’indoeuropeo “klou / klau” (Villar) con il significato di “sentire“. In greco la radice “klou / klau” ha dato luogo alle nozioni di “sentire” e “ascoltare”, e chi è ascoltato ha fama. Esito simile a quello del latino “inclitus” (avere fama). Che quindi gli slavi fossero quelli che “avevano fama” è una ipotesi suggestiva e che ben risponde all’abitudine tipica dei popoli antichi di nominarsi in senso auto-celebrativo. A sostegno di questa tesi ci sarebbe l’analogia con il nome di un altro gruppo etnico dell’antichità, i Venedi, collocati da Plinio il Vecchio e da Tacito sulle sponde della “Vistla”, l’odierna Vistola. Un popolo che Tolomeo definì “di grandi dimensioni” ed “esteso sul golfo venedico”, cioè il Baltico.
Secondo alcuni storici la presenza dei Venedi lungo la Vistola proprio nel periodo in cui gli slavi erano emigrati in quelle terre, deporrebbe a favore del fatto che i Venedi fossero slavi. La radice del nome dei Venedi è l’unica cosa certa: deriva dalla radice indoeuropeaa “wen”, con il significato di “amare”. Quindi “wenetoi” sarebbero “gli amati” o forse “gli amabili”, nel senso di amichevoli (stessa radice del popolo dei Veneti dell’Adriatico occidentale, italici; dei Veneti celti descritti da Giulio Cesare; dei Veneti illirici della Dalmazia; della tribù laziale deiVenetulanos). E’ questa un’altra nominazione autocelebrativa in cui taluni vedono un elemento a suffragio della teoria autocelebrativa del nome “slavo”, poiché slavi sarebbero appunto i Veneti.
La teoria dell’unità linguistica
Due etimologie interessanti cominciarono a prendere piede nel secondo dopoguerra, facendo leva sui rinnovati studi di paleolinguistica e linguistica comparativa. Secondo la prima “slavo” andrebbe accostato a “slovo”, cioè “parola”. Gli slavi sarebbero quindi “coloro che parlano con le stesse parole” in contrapposizione a “nemcy”, i “muti” (è significativo che quell’appellativo, conservatosi nella lingua polacca, si riferisca oggi ai soli tedeschi). La connessione tra “slavo” e “slovo” è quasi automatica e sappiamo che molte tribù slave del Medioevo non distinsero mai i due termini.  E’ questa la teoria più accreditata e diffusa.
La teoria geografica
Suggestiva è poi la teoria geografica. Grazie all’archeologia sappiamo che le genti slave, prima della grande migrazione verso il cuore dell’Europa, che differenzierà i vari popoli, vivevano in uno “spazio comune” situato nel bacino paludoso del Pripjat, tra i fiumi Dnepr e Dnestr. Secondo alcuni studiosi il termine “slavo” indicherebbe proprio quello spazio originario acquitrinoso, derivando dall’indoeuropeo “skloak” (che in latino ha dato origine a “cloaca” che significa “canale di scolo” o “acquitrino”). Insomma, il classico trasferimento del nome del luogo al popolo che vi abita, cosa per altro comune tra le genti slave: la tribù dei Vislani, che viveva lungo il fiume Vistola (oggi Wisla in polacco); quella dei Pomerani, che viveva po (a ridosso) more (del mare); quelli che vivevano nelle pole (pianure), cioè i polani / polacchi. Secondo questa teoria gli slavi sarebbero dunque “il popolo che vive negli acquitrini”, in quella regione originaria da cui sono poi migrati per segnare per sempre la storia d’Europa.
http://www.eastjournal.net/archives/49527

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