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04 nov 2015

A Dobova, prima tappa slovena sulla rotta balcanica dei ‘migranti’


C’è una dimensione, avendo visto un fotogramma minuscolo di quel flusso di persone che ormai chiamano tutti “crisi dei migranti”, che neanche le immagini qui a fianco riescono a trasmettere. È difficile raccontare di aver vissuto una rappresentazione così chiara della dinamica noi-loro. Dove il trattino indica solamente il rispettivo luogo di provenienza.
Noi siamo andati a Dobova, un paesino di 700 abitanti nel sud est della Slovenia a pochi metri dal confine con la Croazia, lo scorso 29 ottobre. Quando ormai il momento peggiore della crisi era superato. Non c’era nulla in paese che segnalasse la presenza delle marce oceaniche di persone che avevamo visto su siti, tv e quotidiani. Una normale mattinata di un giorno lavorativo uggioso, come potrebbe essere in un qualsiasi paesino di fondovalle. Dopo un paio di giri fra stradine e cartelloni pubblicitari che promettevano soggiorni da sogno nelle stazioni termali della zona, abbiamo trovato uno dei due centri d’accoglienza. Una sistemazione improvvisata nel cortile di un capannone di quella che era una fabbrica tessile. L’attività lì se l’è portata via la crisi economica.
Loro stavano dentro la recinzione (anche se la parola è bandita dal politically correct made in Ue) del cortile. Circondata a sua volta da decine di poliziotti e militari dell’esercito. Sloveno e tedesco. E da nastri di plastica oltre i quali, noi, non potevamo passare.
Mentre i giovanissimi volontari stavano distribuendo un pasto ai circa 600 ‘ospiti’ del centro, sorvegliati a vista dal personale armato, noi giornalisti siamo stati accolti da due ragazze dell’ufficio comunicazione del Governo sloveno. Con la massima disponibilità Urška e Karin ci hanno raccontato come il flusso dei migranti, dopo l’accordo fra Slovenia e Croazia di due giorni prima, fosse in sensibile calo. Dopo che solo nelle due settimane precedenti il territorio sloveno era stato attraversato da centomila profughi.
Ci hanno spiegato che da due giorni le autorità croate avvertono quelle slovene circa due ore prima che arrivi un treno da oltre confine e che i tre centri d’accoglienza nei dintorni si svuotano in poche ore. Con alcuni autobus infatti, anche il gruppo che era in quel momento nel recinto sarebbe stato trasferito a Šentilj, al confine con l’Austria visto che la meta di tutti loro è la Germania. Urška e Karin hanno quindi mediato con la polizia perché noi giornalisti potessimo assistere e fotografare l’arrivo del prossimo treno. Fermo restando però, il divieto assoluto di avvicinarsi e parlare con qualcuno di coloro che sarebbero scesi. Meno di un’ora dopo la stazione, prima deserta, si è riempita di un centinaio fra poliziotti e militari. A stretto giro l’arrivo del treno. Al di là delle transenne, dietro le quali, di nuovo, non potevamo passare, sono scese centinaia di persone. Più di un migliaio in tutto stipate in otto carrozze. Di tutte le età, famiglie con bambini, donne col velo, altre con abiti occidentali, anziani che faticavano a camminare. E il tutto in un silenzio surreale. I volti stremati e insieme speranzosi dicevano che per affrontare tante peripezie, senza nessuna certezza di arrivare alla meta, l’unica motivazione possibile è quella che la fuga sia necessaria. Nella convinzione che qualsiasi futuro non possa essere peggiore della condizione di partenza. Che sia di guerra o di indigenza.

Noi invece siamo rientrati con più domande di quante ne avevamo prima della partenza. Nella consapevolezza che un tale flusso di persone in una comunità così piccola vada gestito e che, piaccia o meno, un certo livello di separazione tra noi e loro si renda necessario.
Torniamo però anche con un certo senso di colpa. Perché in quanto cittadini e per di più giornalisti, non abbiamo saputo spiegare abbastanza le diseguaglianze che sono alla base di questi fenomeni. Per poterli prevenire e non dover gestire. Né abbiamo saputo evidenziare le contraddizioni di un sistema che ormai nessuno mette più in discussione. Senso di colpa anche per quei poveracci (di spirito critico) che dal calduccio delle proprie villette a schiera riscaldate a gasolio pontificano che queste persone, loro, dovrebbero starsene a casa a difendere la propria terra (ma da chi?). Senza sapere neanche lontanamente cosa siano la guerra o la fame. Né che quel tipo di guerre ed indigenze hanno cause e soddisfano interessi che stanno molto più vicino a noi che a loro. In fondo un po’ la colpa è anche nostra se la reazione di molti è la paura nei confronti di chi è costretto a partire. Se in troppi non sentono neanche il bisogno di provare idealmente a superare quel trattino che separa noi e loro. (ab)
http://novimatajur.it/attualita/a-dobova-prima-tappa-slovena-sulla-rotta-balcanica-dei-migranti.html

1 commento:

  1. A Dobova, prima tappa slovena sulla rotta balcanica dei ‘migranti’

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