25 giu 2019

l’Opinione di Riccardo Ruttar


L’appartenenza etnica non è più vergogna
Sono mutati gli orientamenti della politica italiana verso la minoranza slovena in Italia con l’espressa volontà di risolvere, in un modo o nell’altro, l’annosa questione della tutela della minoranza stessa sul confine orientale, nel senso di un’intesa sempre più ampia con la vicina Repubblica di Slovenia.
Oltre la metà (58,7%) della popolazione della Slavia è nata dopo il 1945; essa non ha una memoria diretta dei fatti che hanno condizionato negativamente coloro che avevano sperimentato le vicende della guerra, della resistenza italiana e titina e che avevano temuto l’allargamento dei confini jugoslavi alle valli del Natisone; e questa parte della popolazione, specie quella più giovane, è più disponibile a rivedere le proprie posizioni nei confronti della problematica etnica; cerca di leggere i fatti e la tradizione con minore animosità e minore coinvolgimento emotivo.
C’è un crescente bisogno, diffuso soprattutto tra i più giovani, di riscoprire la propria storia all’interno della comunità, di verificare le ragioni della propria diversità linguistica e culturale, di situarsi con coordinate più attuali all’interno dello spazio e del tempo, in relazione, appunto, dell’allargamento degli orizzonti sulla dimensione europea e dell’aggiornamento alle nuove prospettive storiche che a questo allargamento si accompagna.
La Slavia comincia a prendere coscienza che non è più, o lo è ancora per poco, un «fondo di sacco» su un confine-barriera,
ma sta divenendo parte integrante di un contesto mitteleuropeo il cui destino si delinea nell’apertura di nuovi rapporti e nuove solidarietà.
Un fenomeno analogo si sta verificando anche tra coloro che, per scelta o per forza maggiore, se ne sono andati dalle valli. Si sta tentando di superare l’alienazione etnica indotta dalla condizione di minoranza nei rapporti con la dominanza e di rivalutare i valori della propria appartenenza, iniziando col recupero del linguaggio attraverso lo studio della lingua slovena standard e dal recupero della memoria storica. Insomma, si assiste ad un ritorno, o per lo meno ad un tentativo in tale senso, con un notevole bagaglio di nuove esperienze e nuovi termini di confronto. Chi ritorna sui suoi passi non si «vergogna» più della sua appartenenza etnica, anzi ne è orgoglioso; ha conosciuto i suoi diritti ed ora li pretende per sé e per il suo gruppo. Uscendo dalla Slavia, aprendosi alla mondialità la sua visuale, prima ristretta, si è allargata a problemi non più di pura sopravvivenza, ma alla valorizzazione della sua terra e della sua cultura sotto tutti i possibili aspetti.
Lo spiraglio aperto dalle nuove dimensioni dei rapporti internazionali ha dato il via a una serie di prospettive, di legami nuovi; alla riscoperta della funzione di questa zona di frontiera che non vuole essere più intesa come «barriera», ma come ponte e tramite di scambi non solo economici, ma linguistici e culturali nel senso più ampio del termine.
(5 – fine) *Testo tratto dalle conclusioni della ricerca condotta per lo Slori e il Circolo culturale Studenci sui diplomati della Slavia e pubblicata nel 1999



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