La Slavia e Gorizia sono deboli, sullo sviluppo di Trieste solo parole

GORIZIA – GORICA

 Intervista a Robert Frandolič, presidente dell’Unione regionale economica slovena-Ures

 Robert Frandolič non ha nessun candidato competitore. All’assemblea generale dell’Unione regionale economica slovena-Slovensko deželno gospodarsko združenje in programma per lunedì, 1 luglio, quindi, inizierà il suo primo mandato pieno da presidente. Ha assunto la dirigenza dell’organizzazione l’anno scorso, infatti, dopo le dimissioni di Niko Tenze.Allora ha detto che entro giugno le sarebbe piaciuto acquisire nuovi affiliati e organizzare in modo nuovo i rapporti tra aziende. Ci è riuscito? «Dirò così: ci lavoriamo. Gli imprenditori sono per propria natura individualisti, per cui è difficile convincerli circa l’importanza della cooperazione e del fare rete. Ma abbiamo l’esempio di Sapori del Carso-Okusi Krasa. Pensiamo che potremmo raggruppare i ristoratori, i forni, i negozi e i vignaioli – che sono sempre di più – in una rete d’imprese consolidata, che sarebbe ovviamente redditizia». Avete sempre circa 600 soci? «Sì». Quanti clienti ha l’impresa filiale contabile Servis? «Circa 1.200 committenti. Auspichiamo che diventino anche soci dell’Ures. Per quanto possibile, ovviamente». Negli ultimi anni ribadisce costantemente l’importanza dell’innovazione. Le affiliate in ciò la seguono? «Il problema delle nostre imprese è la loro dimensione ridotta. Perlopiù si tratta di piccole o micro aziende, con al massimo venti dipendenti. Ma il mondo cambia e dobbiamo anche noi. Per questo esortiamo i soci a innovazioni sotto forma d’incontri e corsi. Desideriamo mettere in collegamento il mondo accademico e della ricerca con le nostre aziende. Questo non è facile, ma si tratta di un problema che ha tutta l’Europa». Anche sui nuovi mercati non è facile arrivare, vero? Anche questo era un desiderio che ci aveva confessato quando è diventato presidente dell’Ures. «No, non è semplice, perché ci assilla sempre la nostra dimensione ridotta, oltretutto le nostre aziende sono molto orientate verso il mercato classico dell’ex Jugoslavia. Ma in collaborazione con l’organizzazione economica della minoranza slovena carinziana Slovenska gospodarska zveza-Sgz, che ha sede a Klagenfurt, sproniamo con successo gli affiliati a rivolgersi verso Austria e Baviera. L’aiuto dell’Sgz è davvero prezioso, perché alcuni nostri soci iniziano a pensare per davvero in tal senso». Negli ultimi tempi tra la minoranza gode di maggiore attenzione la Slavia. Esiste un piano o almeno una possibilità che l’economia slovena aiuti il suo sviluppo? «A Cividale abbiamo i nostri uffici, abbiamo committenti, non abbiamo, però, molti affiliati, perché sempre più persone si trasferiscono in pianura. L’Ures da solanon può essere d’aiuto, devono assolutamente essere della stessa partita le organizzazioni confederative Sso e Skgz e, soprattutto, la Regione Friuli Venezia Giulia. A qualcosa si sta lavorando, questo posso dirlo. Ma dovremo affrettarci, perché tutti emigrano. Quindi è sorto un problema che sarà presto irrisolvibile, in assenza d’interventi. I problemi sono grandi, soprattutto l’infrastruttura è carente». E Trieste? Già da diversi anni sentiamo il mantra delle grandi possibilità di sviluppo. Ci crede? «Ammetto che anni fa ci credevo molto di più che non oggi. Sono d’accordo che sia un mantra, e non vedo ancora niente di concreto. Trieste ha di certo, però, molte possibilità». E Gorizia? «Arretra di molto e l’attività imprenditoriale va scomparendo. Insieme alla Slavia è la ferita del Friuli Venezia Giulia. Penso alla città di Gorizia. A ogni modo l’area intorno a Monfalcone e Grado, per fortuna, si sviluppa normalmente». Crede alla possibilità che l’Italia esca dall’euro? «Se i politici sono responsabili, allora non possono pensare a un’uscita. Di recente noi rappresentanti dell’Ures siamo andati in Argentina, che ha problemi simili a quelli dell’Italia. Il peso ora non è più collegato al dollaro: un anno fa il cambio era di 1 a 40; ora è di 1 a 50, ma due anni fa il cambio era di uno a 12. La gente ha fame. A Buenos Aires si nota. Se l’Italia uscisse dalla zona euro, lo stesso si noterebbe tra le fasce più povere. L’Italia, inoltre, importa molto dai paesi europei e pagherebbe l’importazione in euro. Con una lira svalutata, ciò avrebbe delle conseguenze». Ma sul nostro giornale Jože P. Damjan ha ritenuto che all’Italia l’abbandono dell’euro non nuocerebbe. Potrebbe svalutare la propria valuta e, in tal modo, aumentare le proprie esportazioni. Per il debito pubblico non ci si dovrebbe granché preoccupare, in quanto perlopiù in mani italiane. «Sì, esistono queste teorie, ma la prassi racconta altro. Basta guardare alla situazione odierna in Argentina o Turchia. L’Italia dovrebbe ridurre il proprio debito, questo dovrebbero dire gli elettori ai politici».
Peter Verč

(Primorski dnevnik, 29. 6. 2019)    da Slovit

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