VOTAMI

classifiche

avviso

Questo sito utilizza i cookie per migliorare servizi ed esperienza del lettore. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso . Per le informazioni sulla Privacy leggere la Google Policies Privacy

Se continui nella navigazione accetti il loro uso. OK | Per +INFO

22 apr 2018

Un cartello che evidenzia un complesso di inferiorità

complesso-di-inferioritaSi sa, ognuno di noi è condizionato, fin dalla nascita, da fattori esterni di ogni genere. Come individui è la società in cui viviamo che plasma la nostra personalità, che ci porta a relazionarci cogli altri, assumendone quindi la lingua, i valori che danno senso al nostro comportamento, le direttrici psichiche che indirizzano le nostre aspirazioni. Non è mia intenzione addentrarmi nei labirinti delle teorie della psicologia e della psicopatologia, sappiamo però tutti quanto l’ambiente in cui viviamo influisca sulle nostre scelte, sul nostro modo di pensare, sulle emozioni, sul valore positivo o negativo che diamo alle cose.
È dai tempi dei miei studi universitari per le mia tesi di laurea che il mio interesse si è orientato verso la problematica della formazione dell’identità nello specifico mondo in cui sono nato e che, per diverse ragioni, avevo abbandonato. Eravamo nell’immediato post-terremoto che ha sconvolto il Friuli nel 1976 e conducevo la mie personale ricerca sui problemi di identificazione dei bambini sloveni delle nostre Valli. Che ne fossero coscienti o meno, che lo accettassero o meno come un dato di fatto, allora, di «sloveni» – bambini, adulti o vecchi – ce n’erano, e tanti, tra i circa 9.000 abitanti di allora. Non era difficile comprendere quanto le avversità patite già da u secolo avessero influenzato il modo di immaginare se stessi, di definirsi, di darsi un’identità compiuta, in linea con i dati etnolinguistici oggettivi. Le domande che mi ponevo, quasi da esterno al mondo cui appartenevo – ed in effetti da esterno avevo vissuto già dall’infanzia – erano semplici: perché io stesso o la mia gente rifiuta la propria identità storica, perché giudica come un disvalore la sua vera profonda natura frutto della propria storia, espressa nella propria lingua, nei valori ad essa collegati, nella cultura ancestrale retaggio di centinaia di generazioni? Perché abbiamo perso quell’orgoglio e quel forte senso di appartenenza ad un piccolo popolo che un paio di secoli addietro era disposto a difendere con le armi? Perché quel forte senso di inferiorità di fronte alla maggioranza italiana aggressiva e xenofoba che ci bistrattava da un secolo? Domande queste apparentemente retoriche, tali che già contengono la risposta. Ma ciò è vero solo in parte, perché le possibili risposte all’aggressività, alla sopraffazione, alla minaccia non sono solo la fuga, la sottomissione, il mascheramento o addirittura l’identificazione stessa con l’aggressore. Resistere, rimanere attaccati ai propri valori, difendersi, sostenere e riaffermare con ogni mezzo i propri diritti sono risposte di ben altra natura, mostrano coraggio, stima di se stessi, orgoglio di appartenenza, consapevolezza del proprio diritto e del valore della propria identità. Quarant’anni fa mi ponevo domande del genere e da allora mi sono unito ad altri coraggiosi, facendo del mio meglio per cercare antidoti a questo nostro umiliante senso di inferiorità. Molti, le Istituzioni stesse, a partire dalla Costituzione, dalle proclamazioni dei diritti dell’uomo, dalle leggi di tutela delle minoranze linguistiche, dal coraggio individuale e di gruppo delle associazioni, dei circoli, della scuola e dei giornali, hanno cercato, proposto, prodotto antidoti a questa malattia sociale, al senso di inferiorità, allo sdoppiamento della personalità tra due identità che vengono presentate come antitetiche –italiano o sloveno – e che invece sono mirabilmente complementari. L’identità italiana come cittadini dello stato cui apparteniamo e l’identità slovena che è l’anima, in senso profondo del nostro essere. Perché vergognarcene?
Questi i miei pensieri, le mie riflessioni ed il mio rammarico, a seguito di un piccolo fatto della mia quotidianità. Passando in auto sul rettilineo che dal ponte sull’Alberone, sotto Azzida /Ažla, porta a Cemur/Čemur sta una tabella, a sfondo marrone e scritta in bianco, che indica l’ingresso nel territorio del comune di san Leonardo. È una legge dello Stato che stabilisce la doppia dicitura, in italiano e sloveno del nome. Ed infatti ci sono. La cosa non mi va affatto bene. A qualcuno sembrerà una ricerca del pelo nell’uovo ma non lo è, perché è il nome che ci dà l’identità; a noi come alle cose e ai luoghi; un simbolo, un segno che ci distingue, che ne riferisce i connotati.
Dite che esagero quando dico che per me, che non ho perso l’orgoglio della mia appartenenza etnica e linguistica, quella riduzione di carattere nella scritta Svet Lienart è offensiva? Una parte di me si ribella perché quella tabella mette in risalto che io come sloveno sono inferiore, che non merito la stessa attenzione come persona e, al contrario, enfatizza la mia condizione di «cittadino italiano», ma non con i miei pieni diritti costituzionali; cittadino come «suddito», come inferiore, di minor valore. Se poi penso che quella scritta l’hanno voluta così persone come me, della mia stessa appartenenza e per ragioni della più squallida politica, per vigliaccheria e per senso di inferiorità, mi cadono le braccia e mi dico: siamo nel 2015 e tra la mia gente regna ancora la «sindrome dello schiavo».
Ecco la definizione: «In un individuo, la sindrome dello schiavo è un comportamento patologico che lo porta a difendere sistematicamente le classi più privilegiate a discapito di quelle da cui proviene egli stesso. Questa sindrome diminuisce le capacità d’analisi dello schiavo e si traduce in un bloccaggio psicologico che lo incita ad agire di preferenza contro i suoi propri interessi al profitto di quelli che lo sfruttano». (Riccardo Ruttar)

http://www.dom.it/un-cartello-che-evidenzia-un-complesso-di-inferiorita/

21 apr 2018

PRAŽANTACJU LÏBRINA_- PRESENTAZIONE DEL LIBRO “PLAVAN PRA DURÏH PLOC ANU DRÜGI JËRAVI TU-W REZIJI. DOGE ROZAJANSKE ŠTORJE”

Eventi

22 Apr 2018 - 16:00 

PRAŽANTACJU LÏBRINA_PRESENTAZIONE DEL LIBRO “PLAVAN PRA DURÏH PLOC ANU DRÜGI JËRAVI TU-W REZIJI. DOGE ROZAJANSKE ŠTORJE”



Za spomanot, da so prašly 250 lit od ko se nošinel pra Durïh Ploc, w nadëjo 22 dni avrïla populdnë ta-na Solbici ćë byt pražanten lïbrin od njaa vïte. In occasione del 250° anniversario della nascita di don Odorico Buttolo Ploc (19 aprile 1768 – 3 giugno 1845), domenica 22 aprile nel pomeriggio a Stolvizza si terrà la presentazione del libro che racconta la sua vita e presenta i suoi lavori.

Il territorio del Parco naturale delle Prealpi Giulie punta al riconoscimento MAB Unesco


Il direttore del Parco naturale delle Prealpi Giulie Stefano Santi, intervenuto all’assemblea dei soci dell’Istituto per la cultura slovena di San Pietro lo scorso 16 aprile, ha annunciato che il parco, assieme al territorio circostante, ha intenzione di presentare la propria candidatura per diventare “Riserva della Biosfera” nell’ambito del programma MAB (Man and the Biosphere-L’uomo e la biosfera) Unesco.
Il MAB Unesco, si legge sul sito ufficiale, “è un programma scientifico intergovernativo avviato dall’Unesco nel 1971 per promuovere su base scientifica un rapporto equilibrato tra uomo e ambiente attraverso la tutela della biodiversità e le buone pratiche dello Sviluppo Sostenibile.”
Nell’ambito del programma, le Rieserve della biosfera (ce ne sono attualmente 15 in Italia) “promuovono attività di cooperazione scientifica, ricerca interdisciplinare e sostenibilità ambientale nel pieno coinvolgimento delle comunità locali, pertanto rappresentano esempi di best practice nell’ottica dello sviluppo sostenibile e della interazione tra sistema sociale e sistema ecologico.”

http://novimatajur.it/attualita/il-territorio-del-parco-naturale-delle-prealpi-giulie-punta-al-riconoscimento-mab-unesco.html

20 apr 2018

Intolleranza etnica nel codice di procedura penale


MINORANZE LINGUISTICHE

Nella modifica verrà inserito un apposito articolo

Su disposizione del Parlamento, il Governo italiano ha integrato il codice di procedura penale. Così facendo, ha messo i puntini sulla i alla riforma della giustizia del ministro Andrea Orlando, dal momento che nel codice ha incluso anche leggi e atti giudiziari, che finora alleggiavano confusi nell’ampio scenario legislativo italiano. Nel nuovo codice penale è inserita anche la norma sulla propaganda avversa e sull’induzione all’intolleranza razziale, etnica e religiosa. Se il Governo non avesse inserito questa norma nel nuovo codice, queste forme d’intolleranza non sarebbero state legalmente perseguibili. I trasgressori, che diffonderanno odio razziale ed etnico continueranno a essere puniti con il carcere fino a un anno e mezzo e con un’ammenda di 6000 euro. Maggiore è la pena prevista per chi provoca o induce ad atti violenti sulla base di intolleranza razziale, etnica, nazionale o religiosa. In questo caso per il trasgressore è prevista la detenzione fino a quattro anni, che si aggrava ulteriormente in caso di esaltazione di casi di genocidio o della Shoah. È interessante che la nuova legge entrerà in vigore il 6 aprile. Esattamente sei anni prima due persone a San Giovanni in Tuba-Štivan imbrattarono le scritte slovene sui cartelli. Al processo, che si è concluso nella primavera del 2014, sono intervenuti anche gli avvocati Peter Močnik e Marko Jarc, che a nome della Confederazione delle organizzazioni slovene-Sso e dell’Unione culturale economica slovena-Skgz hanno persuaso il giudice di Trieste a pronunciarsi anche sulla base della legge sull’intolleranza (la cosiddetta legge Mancini del 1993). Da qui l’imputazione dell’aggravante dovuta all’intolleranza manifestata contro la minoranza slovena. «Allora ci siamo appellati all’art. 23 della legge di tutela», ricorda l’avvocato di Trieste Peter Močnik, che riconosce che si sono imbattuti in un giudice comprensivo e che anche il pubblico ministero non era da da meno. Per questo motivo l’appello alle norme di tutela ha avuto esito positivo, nonostante la traballante base giuridica.Con il decreto legge integrato, che entrerà in vigore tra una settimana, non cambia nulla. Ma almeno non peggiora. Il Governo non ha dimenticato l’intolleranza razziale e nazionale e anche nel codice penale ha inserito i dettami della convenzione contro l’intolleranza, che sono stati approvati nel 1965 a New York dalle Nazioni Unite. L’Italia ha rettificato il testo nel 1975 e la legge Mancino in sostanza lo riprende. «L’Italia però aveva attinto al testo originale, modificandolo in più parti. Per le forme gravi di intolleranza prevedeva, per esempio, solo un’ammenda in denaro, con la quale si risolve la questione velocemente», sottolinea Močnik. Peter Verč
 (Primorski dnevnik, 28. 3. 2018)
da Slovit http://www.dom.it/wp-content/uploads/2018/04/Slovit-3-31.03.2018.pdf

La qualità della vita e il reddito - Kakovost življenja in dohodek


Igor JelenÈ solo una coincidenza? Non credo. I dati diffusi sulla geografia dell’Irpef – che, si sa, raccontano solo una parte della realtà e che anzi rischiano di portare a letture fuorvianti – lasciano ancora una volta senza parole.
Certe tendenze sembrano essersi consolidate, prospettando ulteriori squilibri sul territorio e nella società: i ricchi amano vivere in collina, lontano da traffico e inquinamento, magari in una posizione che gode di un bel panorama (la cosiddetta «migrazione » alla ricerca di «amenity», per es. verso Moruzzo e Repentabor), mentre gli anziani sembrano restare intrappolati in aree marginali che tendono a svuotarsi di umanità e di servizi; e i giovani «emigrano» all’estero alla ricerca di opportunità.
In genere è evidente una crisi di ceto medio e una situazione di «non crescita», di stagnazione, che investe tutti i settori di un’economia «matura», che dimostra un’incapacità diffusa a mantenere competitività.
Questa condizione caratterizza in particolare le aree in prossimità dei confini, per l’effetto di attrazione che subiscono strutture commerciali e terziarie, come per es. a Gorizia e Tarvisio, ma anche aree urbane eindustriali di difficile gestione (nelle quali si nota qualche effetto di counter-urbanization, di «fuga» dalla città).
Quindi – per quanto ci riguarda più da vicino – si tratta di effetti del tutto caratteristici che interessano le aree insediate dalla nostra minoranza, che esprimono il ben noto dualismo, con fenomeni di abbandono e impoverimento per le aree slovenofone della provincia di Udine e, al contrario, di attrazione e diffuso benessere per gli sloveni delle provincie di Gorizia e di Trieste.
È un fenomeno di diversificazione che – al di là degli esercizi accademici – dipende sicuramente da molte cause, da combinazione di fattori materiali e immateriali, soggettivi e oggettivi, di contesto e di circostanza; ma che è così evidente da interessare sicuramente elementi di cultura e di identità, nel senso più ampio e pratico del termine.
Il Judrio sembra dividere due mondi, uno che appartiene a un sistema evoluto e uno che sembra appartenere piuttosto ad un mondo di arretratezza.
A questo secondo mondo io stesso appartengo, condividendo con i pochi rimasti in paese tutto il senso di colpa (che del resto è tipico delle minoranze non solo economiche) per non riuscire a dare un contributo per risolvere una situazione ormai prossima allo spopolamento definitivo.
Nessuna sorpresa per chi conosce questi territori, basta attraversare «il» Judrio per avere l’impressione di cambiare continente. Da una parte, territorio ben gestito, agricoltura di qualità, paesaggio ordinato e rilassante (al di là di qualche attività che evidenzia un’estetica un po’ esagerata, si potrebbe dire «californiana») a beneficio dei residenti, ma anche una risorsa per il turismo: segni di benessere, se non di ricchezza diffusa, di una governance che offre e privilegia servizi alle persone, sviluppo di attività economiche di pregio, conciliando tutela e conservazione di valori ambientali e tradizionali – in pratica tutto ciò che caratterizza le aree ad economia avanzata.
Dall’altra parte, abbandono e trascuratezza, e una crisi che si evidenzia in molti aspetti del paesaggio, oltre che in una serie di insediamenti che tendono a svuotarsi di umanità, oltre che di economia.
Forse non è tutto proprio così, ma l’esperienza ci conferma in questa situazione che, anzi, si manifesta in termini di ricadute sulla vita di tutti e di tutti i giorni, di costi visibili e invisibili che rendono la vita da queste parti a volte insostenibile, che derivano da carenze di servizi pubblici e attività private, economiche o sociali, in genere da un’organizzazione locale che non funziona più. Un fatto che significa costi e problemi che nessuno – neppure il più ricco – può sostenere.
Pochi esempi possono rendere l’idea di come la vita di famiglie, individui e imprese sia diventata sempre più difficile: la possibilità di chiedere aiuto a un vicino per aggiustare un recinto o per sorvegliare la casa quando si è in ferie, l’accessibilità ai servizi sanitari – soprattutto per anziani –, l’assenza in paese di un negozio per generi alimentari e altre funzioni essenziali, e così per altre mille circostanze. Si pensi semplicemente alla possibilità che i bambini possano andare da soli a scuola (come succede a Doberdob o a Števerjan e in altre comunità ben organizzate), così come a lezioni di danza o di karatè, a piedi o in bus: un fatto che non ha prezzo (lo sanno le famiglie che devono accompagnare in macchina i figli da qualche parte 4 o 8 volte a giorno) in termini di tempo, denaro, fumi di gasolio bruciato, km percorsi, sicurezza. E così per altre mille circostanze; non fa alcuna differenza se siete a Milano centro o a Doberdob: si tratta di servizi di prossimità di valore inestimabile che solo chi vive in una comunità può apprezzare.
Una situazione che tende a peggiorare, considerando la situazione di dipendenza ossessiva dall’automobile, l’inesistenza di un serio e conveniente regime di servizi per la mobilità (per es. con abbonamenti «all inclusive», con orari e coincidenze per bus e treni); così anche per sanità, comunicazione (la posta e il postino!) e cultura, carenze che oggi sembrano incredibili, quasi il segno alla regressione ad una condizione di Terzo mondo – e di dissoluzione dello Stato; così in genere per le varie questioni di pianificazione territoriale, con le varie amministrazioni che sembrano essere impegnate esclusivamente a fare favori alle varie lobby del cemento e dell’asfalto (rotonde surreali, terze o quarte corsie, svincoli autostradali «faraonici», strade inutili etc. mentre chiudono le mense degli asili!), che drenano risorse pubbliche sempre più scarse, consumando suolo e – paradossalmente – danneggiando a volte definitivamente il sistema di vita locale.
E tutto questo mentre una miriade di elementi pregiati di territorio si trova in un penoso stato di degrado e rischia di essere persa irrimediabilmente.
Evidentemente la questione del reddito è essenziale e deriva tanto da una buona gestione della «cosa pubblica », di amministrazione e territorio, di tasse e di dazi, che in genere da congiunture, investimenti e cicli di economia globale; ma la qualità della vita non può che dipendere, in queste aree marginali, soprattutto dall’efficienza comunitaria, dall’organizzazione locale, che non può che derivare dal senso di appartenenza che, se manca, non può essere sostituito da nulla.
Se la comunità non «funziona», i «costi invisibili» diventano troppo alti, se lo stile di vita diventa insostenibile, qualche cosa che alcuni definiscono involuzione piccolo borghese, over-complacency, crisi di ceto medio o semplicemente pigrizia, nessun livello di reddito può apparire adeguato.
È evidente la dimensione «soggettiva » in questo discorso: i costi che derivano dalla mancanza dalla scomparsa di coordinamento sociale, di un senso di identità pratica, oltre che ideale, lo stesso fatto di non accettare il proprio modo di essere non può che portare al «mostro» della crisi, o semplicemente alla povertà culturale, oltre che quella materiale.
Igor Jelen
docente di Geografia economica e politica all’Università di Trieste
V tem prispevku Igor Jelen, profesor gospodarske in politične geografije na Univerzi v Trstu, razmišlja o gospodarskih in družbenih značilnostih in dinamikah na območju, kjer je v Furlaniji Julijski krajini zgodovinsko prisotna slovenska manjšina . Kakovost življenja ni odvisna (samo) od dohodka, vendar so življenjske razmere v okviru tega območja precej raznolike in Slovenci na Videmskem ostajajo, v primerjavi s Slovenci na Goriškem in Tržaškem, nekako zapostavljeni.

http://www.dom.it/kakovost-zivljenja-in-dohodek_la-qualita-della-vita-e-il-reddito/

grafia testi

grafia testi

blog dedicato ai miei genitori V.TEDOLDI e J.MIKLAVČIČ

blog dedicato ai miei genitori V.TEDOLDI e J.MIKLAVČIČ
divulgatori della lingua slovena in Benečija attraverso il MATAJUR

mons.Ivan Trinko-zamejski 1863-1954

mons.Ivan Trinko-zamejski 1863-1954
Ivan Trinko in Tedoldi Vojmir

Costume Valtorre

Costume delle donne dell'alta Valtorre di circa 90 anni fa.I costumi sono stati trasformati in abiti da portare ogni giorno.Questo è il motivo della loro sparizione.