5 set 2015

Kronos, il "grifone paziente", spicca il suo primo volo in libertà...


La Riserva Naturale Regionale del Lago di Cornino è stata istituita con legge regionale nel 1996. Al suo interno è stato avviato con successo il progetto di reitroduzione della specie del Grifone, detto l'avvoltoio delle Alpi.
http://www.riservacornino.it/

Delegazione dell'SSO in visita a Resia

Venerdì scorso il presidente dell'SSO Walter Bandelj è andato a Resia dove si è incontrato con il sindaco Sergio Chinese.Lo accompagnavano il presidente della provincia di Udine delle SSO Riccardo Ruttar,Sandro Quaglia e Giorgio Banchig.Si è discusso sulle tematiche riguardanti Resia e principalmente sulla questione linguistica .A parere del sindaco, tra la popolazione di  Resia  è molto sentita la consapevolezza di essere resiani e del dialetto di Resia.Walter Bandelj ha illustrato i fini e il lavoro dell' SSO alla quale sta molto a cuore Resia e soprattutto la lingua o dialetto resiano, ma, soprattutto, l'atteggiamento nei confronti della lingua slovena.
-La situazione potrebbe migliorare se si rafforzasse il sostegno per il dialetto resiano, che attualmente è insegnato a scuola-afferma Chinese ,e auspica  la decisione di includere  nella legge 26/2007 regionale una variante per il dialetto resiano. Bandelj ha sottolineato la necessità di mantenere e continuare il dialogo e cercare soluzioni per il bene comune, poichè sono presenti nella valle persone che si sentono slovene.Alla fine il sindaco ha donato ai rappresentanti dell' SSO  alcune pubblicazioni didattiche utilizzate nell'insegnamento resiano.La  delegazione ha visitato gli spazi del Museo resiano,la presidente Lugia Negro e Sandro Quaglia hanno illustrato  la storia e gli scopi del museo .


SSO:confederazione organizzazioni slovene

4 set 2015

Solbica / Stolvizza – Predstavitev cd / Presentazione cd

5 set 2015, 18:30 - 5 set 2015, 00:00
V okviru festivala v spominu Severina Negra Ojska, bodo na dvoru muzeja rezijanskih ljudi predstavili cd pod naslovom “Te solbaške svete wuže po nes”. Spregovorili bodo: Giorgio Banchig, Giuliano Fiorini, Giovanni Floreani, g. Gianluca Molinaro, Luigia Negro in Sandro Quaglia. Peli bodo: Silvana Paletti, Edda Pinzan in Novella del Fabbro ter Ljoba Jenče. Pel bo tudi “Duetto della Valcanale”.
Nell’ambito del Festival del Canto spontaneo, nella corte del museo della gente della Val Resia verrà presentato il cd “Te solbaške svete wuže po nes”. Interverranno: Giorgio Banchig, Giuliano Fiorini, Giovanni Floreani, g. Gianluca Molinaro, Luigia Negro e Sandro Quaglia. Canteranno: Silvana Paletti, Edda Pinzan e Novella del Fabbro, Ljoba Jenče e il Duetto della Valcanale.

La Regione: Patto di stabilità anche per i piccoli comuni

Anche Pulfero, Savogna, Prepotto, Drenchia, Stregna, Grimacco, Malborghetto-Valbuna e Taipana e Lusevera cadono nelle grinfie del Patto di stabilità. Così la Regione spinge i piccoli comuni a rinunciare alla loro autonomia con le fusioni?



4.09.2015I danni del Patto di stabilità interno sull'economia e sui lavori pubblici sono sotto gli...

Toni Capuozzo: “Profughi dai Balcani, un fenomeno legato all’ambiguità della politica europea”


Ha da poco pubblicato un libro sulla vicenda dei due marò italiani, Girone e Latorre, prigionieri in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori. Ma il suo sguardo è sempre rivolto a quella parte di Europa e di Asia di cui ha calcato spesso la terra come inviato.
Nato a Palmanova nel 1948 da padre napoletano e madre triestina, Toni Capuozzo ha frequentato il liceo classico a Cividale. Tra qualche settimana riprenderà la trasmissione settimanale ‘Terra!’ per i canali Mediaset. E intanto, oltre a girare l’Italia per presentare il libro ‘Il segreto dei marò’, si concede con estrema gentilezza per una chiacchierata sul tema del momento in Europa, l’ondata di profughi che, di varia provenienza, risalgono i Balcani per raggiungere l’Austria o l’Italia, quasi sempre luoghi di transito per altre mete europee.
Era prevedibile questo flusso ormai continuo che sta attraversando i Balcani per arrivare in Europa?
“Ci sono dei dati interessanti che vanno ricordati. In Siria, da dove provengono molti profughi, la situazione non è più drammatica di quanto lo era qualche anno fa. Lo stesso in Afghanistan, o in Eritrea, dove non c’è un regime aggressivo. Perché allora succede ora quello che succede? È stato come un tam tam, prima si è sparsa la voce che partendo dalla Libia si rischia molto ma alla fine magari si viene salvati, poi attraverso il Balcani. A questo fenomeno si mescolano situazioni di fuga dalla guerra, ma anche economiche. E le dimensioni del fenomeno sono legate all’ambiguità della politica europea.”
È l’Europa, intesa come istituzione, la chiave di tutto, il problema?
“Non è riuscita mai a prendere in mano la situazione. In questo momento come europei siamo combattuti, e quello che viene maggiormente interessato è il versante più ‘giovane’ dell’Europa, i Paesi che ne sono appena entrati a far parte. Non a caso chi si comporta in maniera più matura rispetto alla questione dell’immigrazione è la Germania, il paese più ricco, più esperto. Oggi il cittadino serbo è considerato ancora un extracomunitario… E l’Europa nei vari Paesi dell’Est ha promosso la clandestinità, mentre quello che si sarebbe dovuto fare era una specie di Schengen mondiale, dicendo a ciascun Stato di farsi carico di 500 mila persone, distribuite per zone geografiche.”
Che sensazioni provi quando si parla, e si costruiscono poi davvero, dei nuovi muri, vedi in Ungheria, Bulgaria, ma in qualche modo anche con Cameron in Inghilterra, che chiude le frontiere ai migranti?
“Una sensazione triste, non a caso ricordiamo con sollievo la caduta del Muro di Berlino. Il muro è di per sé sempre sintomo di paura, di chiusura. Stiamo parlando di un mondo in cui la rete ci consente di considerare i confini inesistenti. Tutti noi, e voi di quella zona in particolare, sappiamo cosa vuole dire potersi liberare dell’idea di un confine. Dovremmo, invece dei muri, costruire dei ponti, che ci permetterebbero di integrarci più facilmente. I muri poi sono sempre insufficienti, non risolvono il problema, vedi cosa succede tra Stati Uniti e Messico, dove le barriere vengono continuamente saltate. Queste sono invasioni umane, non puoi aprire il fuoco perché sono invasioni non ostili, fatte di sogni, di speranze. La risposta non sono i muri ma, ripeto, i ponti, i corridoi, perché l’Europa possa accogliere queste persone in modo dignitoso.”
Una domanda che riguarda il Friuli, terra in cui ritorni spesso. È di questi giorni la polemica della Lega Nord contro gli albergatori di Lignano che si sono detti disposti ad ospitare dei profughi. Quanto pesa questa vicenda nella politica di casa nostra?
“Purtroppo la politica lavora sempre come se ci fosse la campagna elettorale dietro l’angolo. La Lega lavora sulle paure, mentre ci può essere una visione di buon senso, di realismo, che non si fonda sulla paura. Vedi, si ricordano spesso gli italiani, ma la stessa cosa riguardava anche gli jugoslavi, che emigravano, ma lo facevano venendo inseriti in una società che sapeva ‘assorbirli’. Io stesso ho lavorato da giovane in Germania, là chi ti assumeva aveva l’obbligo di darti anche un letto dove dormire. Era forza lavoro a buon mercato, certo, ma ci dimentichiamo anche che siamo stati accettati. L’integrazione è importante, ed è qualcosa che va costruito, non si inventa.”
Michele Obit
http://novimatajur.it/attualita/toni-capuozzo-orofughi-dai-balcani-un-fenomeno-legato-allambiguita-della-politica-europea.html

Le parole del ragazzino siriano spiegano la realtà

da twitter
autore ignoto

«Aiutate i siriani. Fermate la guerra e noi non verremo più in Europa». Le parole di un ragazzino siriano, registrate in Ungheria e trasmesse da Al Jazeera , stanno facendo il giro del mondo. Con grande innocenza e semplicità il 13enne Kinan Masalmeh spiega la situazione dei profughi: «I siriani non piacciono alla polizia in Serbia, Ungheria, Macedonia, Grecia», poi la conclusione: «Fermate la guerra e noi non verremo in Europa».
http://video.corriere.it/fermate-guerra-noi-non-veniamo-europa-risposta-bambino-siriano-fa-giro-mondo/752a6eb2-5229-11e5-aea2-071d869373e1

L'innocenza dei bambini ci spiega la vera realtà.Quali sono le cause di questo esodo biblico,ve lo siete chiesti,io sì.In Italia si hanno tanti dubbi ,accogliere o no,sono profughi economici o fuggono dalle guerre.Tempo fa una politica propose di sparare a tutto ciò che affiora dal mare,ora io invito costei a farsi un esame di coscienza.Era del partito al governo che con la sua vergognosa politica anti immigrazione ha favorito questo esodo biblico.Ora dopo la foto shock del bambino siriano annegato sulle sponde turche molti affermano che non si può più tollerare questa situazione.Ma politici europei ,non capite che tutti,nessuno escluso siete colpevoli del massacro di questa povera gente!
VERGOGNATEVI stati occidentali ricchi,opulenti e progrediti! Il terzo mondo sta dove non c'è umanità ,non in Africa ed altri stati!


SLAVIA: Il collettivismo degli antichi slavi. Una propensione naturale al socialismo?

di Matteo Zola
Leggere il passato con le categorie moderne è sbagliato, almeno nella ricerca storica. E’ la politica che usa il passato piegandolo a suo uso e consumo. Parlare dunque di proprietà collettiva, di vita comunitaria, di mutuo soccorso delle comunità slave del passato non deve spingere a facili conclusioni per quanto riguarda il presente. Cercheremo quindi di mostrare sommariamente quali erano i caratteri “collettivisti” della società tradizionali slave rispondendo infine alla domanda: la loro è una propensione naturale al socialismo? Domanda che si sono fatti in molti, da Marx in poi.
La proprietà privata, un’imposizione esterna
Il lessico slavo attesta la presenza, fin dai tempi remoti, di una organizzazione territoriale comunitaria fondata sulla collettivizzazione delle terre: detta opole in Polonia, obcina in Boemia, verv’ nella Rus’ di Kiev, mir in Russia, zupa o zadruga nel Balcani. La Russia e la Serbiasono i paesi dove queste comunità tradizionali si sono conservate fino ai tempi moderni, mentre nei paesi slavi a stretto contatto con l’influenza (o il dominio) tedesco, la proprietà privata ha progressivamente fatto breccia. Già nell’XI° secolo il monaco Helmond, nella suaCronaca degli slavi, racconta come i duchi tedeschi che conquistarono le terre dei polabi (nell’attuale Polonia) li costrinsero a coltivare “ciascuno il proprio campo” (agrum suum), a testimoniare come la proprietà privata sia giunta agli slavi come prodotto esterno. Era questa infatti la differenza sostanziale tra lo ius slavicum e lo ius teutonicum, il diritto slavo e quello germanico.
Le strutture sociali antiche si sono conservate di più laddove il potere politico congiurava al mantenimento della società tradizionale, con i suoi privilegi e obblighi. La Russia zarista e l’impero ottomano sono stati tra i paesi più conservatori in tal senso. Ecco perché la Serbia, la Bosnia e la Russia sono tra le aree in cui, ancora fino all’Ottocento, la pratica collettivista era diffusa.
La zadruga nei Balcani
La zadruga era la struttura famigliare ed economica diffusa nei Balcani meridionali. A livello economico significava lavoro fatto in comune e possesso in comune dei beni. A livello famigliare era una associazione domestica guidata da un membro della famiglia (non necessariamente il più anziano) scelto per le sue qualità. La “scelta” lo rende un istituto flessibile e “democratico”. Non una rigida istituzione patriarcale, dunque, ma una comunità in cui il “capo” (lo starechina) non poteva decidere da solo né impegnare la comunità domestica senza averla prima consultata. Lo scrittore serbo Janko Veselinovic (1862-1905) descrive nelle sue novelle la vita della zadruga: “Entrate in casa sua [della donna] e vedrete che non c’è niente di personale. La nuora non poteva dire ‘questa è la mia chioccia, il mio tacchino, la mia oca’, nessuno osava proporre di dividersi la lana, la canapa o il lino. Insieme li preparavano e ammucchiavano. Poi, dal mucchio, ognuno prendeva quel che serviva”.
La differenza tra lo “starechina“, il capo della zadruga, e il domacin, il capofamiglia, era tutta nel principio di autorità: il primo si rifaceva a un consiglio di famiglia, poteva essere sostituito e il gruppo poteva anche sciogliersi. Il secondo era il pater familias, padrone della moglie e dei figli, unico decisore delle sorti della famiglia. Due modelli antitetici di società che, talvolta, convivevano.
In Russia il mir e l’artel’
In Russia il “mir” era la veste amministrativa della comunità rurale. Un’istituzione puramente economica che consentiva, al suo interno, la presenza della famiglia patriarcale. Il “mir” nasceva per gestire collettivamente i beni della comunità, che poteva riguardare uno o più villaggi. L’amministrazione zarista incentivò il “mir” poiché le consentiva di interfacciarsi con entità singole da cui era più semplice esigere le tasse: questo portò alla perdita di spontaneismo e autogestione del “mir” che però conservava il principio di uguaglianza economica interna: ogni membro possedeva in relazione alle sue necessità, le terre o gli armenti non erano i suoi ma gli erano affidati dalla comunità in relazione con i suoi bisogni.Se, ad esempio, il numero di componenti della famiglia fosse calato, il “mir” avrebbe ridotto le terre e il bestiame a lei destinati.
L’artel’ era invece l’associazione temporanea di operai o artigiani che alloggiavano insieme per periodi limitati e in relazione a un lavoro da svolgere terminato il quale dividevano fra loro i profitti. Il lavoro era suddiviso durante assemblee giornaliere. Il buon andamento dell’artel’discendeva dalla certezza egualitaria che la suddivisione del lavoro e la distribuzione dei proventi si portava dietro.
Il collettivismo sovietico
All’indomani del colpo di stato bolscevico, nel 1917, l’istituzione dei kolkhoz andava a ricalcare il modello del mir. La dottrina sovietica vedeva nei contadini il “naturale spirito socialista del popolo russo“. Eppure il modello collettivista sovietico fu energicamente rifiutato dai contadini russi. Perché?
Perché il “mir” non escludeva l’individualismo, la gestione collettiva non impediva di beneficiare di quanto prodotto. Nel “mir” individualismo e sentimento comunitario convivevano. Il kolchoz privava invece il contadino del beneficio della “roba”. Lo scrittore russo Solochov, nel romanzo Terre dissodate (1932) descrive la disperazione dei contadini costretti a entrare nel kolkhozy“Tutti uccidevano le bestie, quelli che si erano iscritti al kholkoz […] correvano voci: ‘Bisogna abbattere, non è più roba nostra”. 
Il “mir” e la zadruga sono stati riferimenti costanti del pensiero socialista e dei movimenti agrari che associavano il progetto rivoluzionario alla comunità rurale. Ma la proprietà collettiva di queste istituzioni era uno strumento di conservazione, di più: era la possibilità di autogestione, e quindi di libertà e sussistenza, a fronte della scarsità di libertà individuali dello stato autoritario. Lo stesso Marx individuò nel “mir” la “cellula del sistema capitalistico” da cui non poteva che svilupparsi uno stato liberale. E per questo la rifiutava. Engels, in una lettera a Marx del 18 marzo 1852, scriveva: “E ci verrà propinata nuovamente quella vecchia panzana panslavista che consiste nel trasformare in comune la proprietà comunale degli antichi slavi e nel far passare per comunisti nati i contadini russi”.
Sono dunque gli slavi naturalmente portati al socialismo? La risposta sembra essere negativa. Anzi, il collettivismo tradizionale degli slavi è, secondo Marx ed Engels, contrario al comunismo. Occorreva quindi estirparlo. E con buona dose di realismo il socialismo sovietico – e in misura minore quello jugoslavo – lo estirparono conservando l’antico nome di mir ezadruga per istituzioni che più nulla avevano a che vedere con il collettivismo delle origini. Oggi nulla sembra essere sopravvissuto di quell’antica radice e, a ben vedere, è questo uno dei danni più grossi che il socialismo realizzato ha fatto alla cultura slava. 
Mikula SeljaninovičIl mitico aratore Mikula Seljaninovič, eterno simbolo del rapporto dei contadini russi con la loro terra, compare oltre le colline. A ideale completamente del precedente, per quanto pervaso di toni più luminosi,  anche questo dipinto appartiene alla serie Bogatyrskij friz.
fonte http://bifrost.it/SLAVI/Museo/Roerich-3.html
Mikula Seljaninovič, 1910.
Tempera su tela. 203 x 494 cm.
Museo Russo di Stato, San Pietroburgo (Russia).

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